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martedì 19 marzo 2013

Condividere

L'altro giorno ho pubblicato una foto sul mio profilo Facebook (e pure in questo post, ma poi l'ho tolta...sempre per le perplessità espresse di seguito e perchè in origine avevo pensato di non pubblicare tale tipo di foto qui) dopo aver tentennato per svariati minuti, incerta e perplessa sul da farsi. E' la prima foto pubblica dove compare mia figlia (e pure da lontano...). Tanti amici lontani mi avevano chiesto di vedere qualche foto, ma io ho sempre evitato, per una questione di cosiddetta privacy, perchè pensavo che magari in futuro la cosa potrebbe non piacere a mia figlia e per altre varie riflessioni di questo genere che poi sono sfociate sul tema della condivisione e sul suo significato o, meglio, sul significato che ha assunto nei nostri tempi.
Ho trovato a tal proposito due articoli (qui e qui) a loro modo collegati, che mi hanno portato ad approfondire la questione, e ne ho ripescato un altro che mi era capitato sotto mano qualche settimana fa (e che ho soltanto in versione cartacea).
Recentemente il Censis ha pubblicato il suo decimo rapporto annuale sulla comunicazione in Italia e ciò che ne è scaturito è che ormai è iniziata a tutti gli effetti l'era biomediatica, in cui l'uomo è sempre più connesso alla rete attraverso smartphone e tablet che utilizza per condividere contenuti relativi alla propria vita quotidiana sui social network. Mondo reale e virtuale si fondono, la macchina diviene quasi una protesi e cambia sempre di più il modo di comunicare. Mi è più volte capitato, in effetti, di trovarmi con amiche/ci che mi parlavano mentre navigavano su Internet con lo smartphone o che si isolavano per continuare a giocare a Ruzzle.
Di questo rapporto mi ha colpito il fatto che le persone non sembrano più in grado di stabilire una gerarchia fra i mezzi di informazione e danno ugualmente credito a tutto ciò che circola in rete. Altro aspetto inquietante è che il numero di libri letti dagli italiani è diminuito ancora: solo poco meno della metà degli italiani legge almeno un libro l'anno. Un altro dato che mi ha fatto pensare è che i biomediatici ricercano sul web solo ciò che già conoscono e che al massimo conferma le loro idee, creando una nuova forma di conformismo. Insomma, tutto sembra essere più superficiale: i contatti umani, l'acquisizione di informazioni, il modo di trascorrere il tempo.
Tutto questo si collega ad alcuni pensieri che ogni tanto mi nascono a proposito del fenomeno dei blog. Spesso mi capita di pensare che i blog sono un modo per condividere che forse è in parte narcisistico, un po' come Facebook. Riflettevo che è strano, come capita a me, mettere online i propri pensieri e poi essere così restia a pubblicare foto. Sui social network ognuno pare celebrare se stesso, con fotografie dalle pose da star e con condivisione di contenuti di altri. Il fenomeno non si può solo demonizzare, ovviamente. Grazie a Facebook ho ritrovato amici che non sapevo come contattare altrimenti e grazie al blog ho "conosciuto" persone nuove e appreso cose di cui non conoscevo l'esistenza. La rete è una miniera. Basta scavare. D'altronde 13 anni fa io, in rete, ho trovato il mio compagno.
Torno a pensare al significato del "condividere" (nell'articolo di GreenMe si parla proprio di questo e di un convegno che si è tenuto a Milano alla Fiera Fa la cosa giusta sulla Sharing Economy). Oggi si usa il termine condividere per pubblicare un contenuto e mostrarlo agli altri sui social network, ma non può significare solo questo. Sono infatti nati tanti progetti e siti per condividere cose, tempo, prestazioni.
E' un mondo diverso che forse rivisita quello del passato in chiave moderna. Sembra però tutto più etereo, inconsistente. Condivido qui i miei pensieri, ad esempio, ma a parte due o tre persone, nessuno dei miei amici lo sa. Il poco tempo a disposizione mi ha portato a frequentare meno gli amici di un tempo ed a non fare quasi nulla per cercarne di nuovi che condividessero i miei stessi interessi.
Alcuni rapporti creatisi in rete grazie al blog sono qualcosa di bello che mi ha arricchito e che continua a farlo, ma mi dispiace, a volte, che rimangano solo virtuali.
Penso poi al consorzio in cui vivo. Qui vi sono un discreto numero di famiglie, ma noi ne conosciamo poche. Le riunioni sono simili a quelle condominiali, sempre litigiose ed estenuanti. Nei miei momenti da "Tamara nel paese delle meraviglie" mi ero anche proposta di occuparmi delle aree verdi che abbiamo a disposizione per dare vita - udite udite - ad un orto-frutteto comune con tanto di compostiera e ad un'area gioco per i bambini. L'idea è andata subito a monte prima ancora di essere proposta, perchè tutti avevano da ridire anche relativamente a questioni di piccole spese necessarie, quindi una proposta così "superfluea" era impensabile.
Recentemente qui vicino è venuta ad abitare una nuova famiglia dove c'è una bambina poco più grande della mia (lo so perchè in giardino c'è una bicicletta rosa). Li ho visti solo passare in macchina ed andavano sempre troppo velocemente perchè li si potesse salutare. Non mi piace essere invadente e sono tendenzialmente restia a farmi avanti, ma nella mia mente penso sarebbe bello, quando una nuova famiglia viene a vivere qui, darle un segno di benvenuto, un saluto, un dolce fatto in casa...non so, qualcosa così...
Io stessa condivido spesso solo con il pensiero, ma sono talvolta incapace di farlo nella realtà. La questione è complessa, ha varie sfaccettature e forse meriterebbe un approfondimento a parte. So solo che oggi avrei voglia di condivisione, ma mi manca il coraggio per fare i primi passi e nemmeno so bene come iniziare...

giovedì 5 aprile 2012

La rivoluzione nei consumi è nel baratto

Oggi ho il piacere e l'onore di ospitare in questo mio spazio un contributo di Grazia di ToWriteDown sul tema del baratto.  Si tratta di un argomento che mi sta a cuore, ma che non ho ancora avuto modo di mettere in pratica con azioni concrete. L'esperienza diretta di Grazia, le sue impressioni e le sue motivazioni mi sembrano un'occasione preziosa per riflettere sul nostro modo di consumare e considerare gli oggetti, di cui ho già avuto modo di parlare in un precedente post.
Lascio allora la parola a Grazia, che ringrazio di cuore.

"Tamara mi ha chiesto di parlare della mia esperienza in ambito di decluttering e baratto: lo faccio molto volentieri, parlando prima di quelle che sono le considerazioni da cui sono partita per fare certe scelte.
Ogni tanto capita di leggere sui giornali, sul web o in televisione un titolo che recita, con poche varianti, così: rivoluzione nell’era dei consumi.
Ma quale può essere una vera rivoluzione nei consumi? Io spero che significhi sempre più spesso usare, ed abusare, delle tre R, quelle che stanno per reduce, reuse, recycle: riduci, riusa, ricicla.

Come si ricicla? Offrendo in regalo o in scambio gli oggetti che non utilizziamo più: e se il concetto di regalo, ossia donare senza chiedere nulla in cambio, è di immediata comprensione, il baratto a volte richiede qualche spiegazione in più.
Wikipedia ci viene in aiuto: in economia, il baratto è un'operazione di scambio bilaterale o multilaterale di beni o servizi fra due o più soggetti economici (individui, imprese, enti, governi) senza uso di moneta, nel diritto civile, il baratto viene classificato sotto la denominazione di permuta.
Il baratto è generalmente considerato la prima forma storica dello scambio commerciale di beni, e dunque ben anteriore alle forme di scambio monetario. Se ne volete la riprova, organizzate insieme ai bambini un mercatino: solitamente i più piccoli lo impostano come mercatino di scambio, senza utilizzo di denaro, perché nella loro esperienza è più divertente ricevere in cambio di una cosa che vogliono cedere qualcosa da utilizzare piuttosto che monetine.
Nel baratto, il valore dei beni oggetto dello scambio viene considerato sostanzialmente equivalente fra le parti. Nella valutazione, si utilizzano informazioni di natura qualitativa e quantitativa dei beni scambiati, facendo  considerazioni che dipendono dal vissuto e dalla percezione di ognuno, e che spesso richiamano ragioni di mutuo fabbisogno: difficilmente si utilizzano unità di misura che portano a monetizzare i beni stessi, ma, appunto, il tutto dipende da come si vive lo scambio.
Per raccontare come lo vivo io, faccio ancora un piccolo passo indietro e torno a un termine accennato all’inizio ma che forse richiede un approfondimento: il decluttering è una pratica inglese (dal termite clutter, disordine) che porta ad eliminare le cose inutili, il superfluo che ci circonda e arrivare a recuperare l’essenziale.
Raccontato in questi termini mi accorgo che è molto poetico, tanto che esistono anche teorie psicanalitiche che lo consigliano quando alcune patologie portano a non buttare via nulla. In una intervista, Maria Rita Parsi spiega che questo atteggiamento è tipico di chi non vuole separarsi dal passato: “Bisogna però distinguere tra l’oggetto tenuto come ricordo, ma che rappresenta una situazione ormai interiorizzata, e quello che invece conserviamo perché ci permette di non chiudere con una parte di passato che non abbiamo ancora risolto”.
Personalmente sono arrivata a questa pratica dopo due traslochi ravvicinati, che mi hanno portato ad accumulare scatoloni su scatoloni, e dopo il mio bimbo, giunto completo di tutta l’attrezzatura (per lo più inutile) a corredo. Fare pulizia è stato semplice: molti scatoloni li ho sballati a distanza di settimane e nel farlo mi accorgevo che alcune cose potevo lasciarle dove erano, perchè se non mi erano servite per diverse settimanae non mi sarebbero servite nelle prossime, mentre le cose che mio figlio non ha più usato nel tempo (dagli abiti ai giochi) poteva essere destinato ad altri bambini.
Il primo passo per la liberazione non è però stato il baratto: prima ho percorso la via della donazione, cercando persone con bambini più piccoli del mio, ad esempi, in famiglia e tra il vicinato, e quella di Ebay.
Una precisazione: quando parlo di donazione non intendo in senso caritatevole, con destinatari solo famiglie bisognose. O meglio, magari queste capitano, e mi fa piacere aiutarle, ma il fine che perseguo nell’offrire beni ancora utilizzabili non è quello di fare beneficienza, è piuttosto quello di dare una seconda possibilità ai miei oggetti.
Lo preciso perché nella mia esperienza ho trovato molti ostacoli culturali al baratto derivanti proprio dall’intendere questa pratica legata a enti di beneficienza o comunque a situazioni di indigenza: di certo molte persone in difficoltà economica percorrono anche questa strada, ma non per questo il baratto va considerata come una cosa che una famiglia senza alcun problema economico, se non benestante, non deve avvicinare. Io piuttosto considererei la cosa da un punta di vista etico e ambientale: meglio spendere un po’ del proprio tempo per trovare una nuova casa ai propri oggetti in buono stato piuttosto che lasciare che gli stessi vadano a ingigantire le nostre già oberate discariche.
Per quanto riguarda l’esperienza con Ebay, la vendita di oggetti è stata per me una pratica faticosa: forse perché non ho un’anima da commerciante, forse perché prediligo il rapporto umano e la condivisione piuttosto che la compravendita, forse perché non sopporto la malafede, mi sono trovata in situazioni di cui preferivo fare a meno.
Poi ho scoperto Zerorelativo alla fiera milanese Fa’ la cosa giusta e ho trovato la soluzione ideale: Zerorelativo, ZR in breve è una piattaforma di baratto, riuso e prestito gratuito che permette alle persone che si iscrivono gratuitamente di mettersi in contatto per barattare, prestare gratuitamente e donare oggetti e prestazioni.
Molte informazioni sul funzionamento di ZR le trovate in un mio articolo, qui riporto qualche mia esperienza più interessante. Purtroppo non ho chiesto preventivamente alle persone di cui parlo l’autorizzazione a citarle, per cui ne parlerò in forma anonima:
-      ogni barter (neologismo coniato da ZR per indicare chi partecipa attivamente agli scambi) ha a disposizione una propria pagina su ZR, dove pubblicare i propri annunci, con foto e descrizione, un po’ in stile Ebay. Inoltre è possibile inserire una lista dei desideri dove elencare, con varie priorità, le cose che si cercano: è un segno di buona educazione leggere tale lista per offrire qualcosa di adeguato quando si chiede qualcosa della vetrina, ma non è un obbligo. Personalmente trovo difficile gestire chi vedendo qualcosa da me mi scrive “passa da me” o “guarda da me” e poi mi ritrovo a dover scorrere una vetrina con 200 e passa annunci: preferisco che il barter che mi contatta abbia già visto cosa cerco e mi segnali cosa può offrirmi di suo in cambio;
-      i messaggi che i barter si scambiano sono pubblici, ossia visibili a tutti. Questo è per me un grande punto di forza di ZR, quello che lo differenzia da altri siti di baratto che hanno la messaggistica privata: mi basta andare sulla pagina di un barter, scorrere i suoi annunci e vedere come risponde alle richieste che gli vengono fatte per capire se sarò in sintonia con lui, se desidero condividere parte del mio tempo o se penso già che non ci troveremo. Esistono anche i feedback che i barter si possono scambiare a scambio avvenuto: dalla mia esperienza questi sono molte volte lasciati con toni troppo entusiastici, mi sono capitati barter con feedback molto positivi che si sono rivelati poi poco empatici e poco disponibili. Ecco perché preferisco giudicare dal tono dei messaggi;
-      solo a scambio avvenuto (uno offre e l’altro accetta) il sistema invia via mail i contatti privati dei barter ad entrambi, per accordarsi:numero di telefono, mail e indirizzo. A questo punto i barter dovrebbero essersi già accordati su come scambiare, a mano (se vivono vicino o hanno un tramite, come spiego più avanti) oppure utilizzando dei servizi postali. I costi di spedizione sono piuttosto cari in Italia ed è per questo che molti barter scambiano solo se trovano una controparte disposta a fare “scambi cumulativi”: con questa locuzione si intendono scambi di più cose per più cose (così da ammortizzarla spesa di spedizione) oppure scambi di più barter di una stessa città verso più barter di un’altra città (così da dividere le spese di spedizione). Oramai esistono dei gruppi collaudati di barter milanesi che scambiano con barter torinesi, genovesi, romani, siciliani e così via;
-      parlando di spedizioni, ZR ha fatto un accordo con un corriere e offre tariffe agevolate al barter: non ho mai potuto usufruire di queste agevolazioni in quanto il servizio prevede la presa diretta del corriere a casa del mittente e io purtroppo, lavorando, nelle fasce orarie di ritiro non sono mai a casa;
-      grazie a molti felici incontri, oggi esiste a Milano una rete di barter che organizza incontri durante i quali ci si scambia oggetti come da accordi presi su ZR oppure con veri e propri mercatini. Ci si trova ovunque, quotatissime sono le fermate di interscambio tra le linee della metropolitana e le stazioni ferroviarie (per facilitare chi arriva dall’hinterland). Ogni tanto ci si trova anche a casa di qualcuno, o meglio dovrei dire qualcun: perché il gentil sesso è molto più attivo e numeroso;
-      nel tempo si è creata la figura del barter viaggiante (su ZR esiste anche una categoria dove postare annunci): in pratica un barter che magari ha in programma un viaggio di piacere o si muove spesso per lavoro si mette a disposizione per trasportare beni da scambiare da una località all’altra, evitando spese postali inutili e facilitando i contatti. Solitamente questi servizi vengono resi gratuitamente, ma personalmente quando ne ho fatto uso ho cercato di ricambiare il favore in altre occasioni o di offrire qualche oggetto in cambio del favore stesso;
-      ci sono persone con cui scambio oramai sulla fiducia: se so che a loro interessa qualcosa di mio ma al momento non hanno nulla da offrirmi in cambio e ho l’occasione già d i incontrarli, volentieri “anticipo” l’oggetto. Non ho mai ricevuto delusioni in tal senso;
-      anche ZR è una comunità e come tutte le comunità ha le sue pecore nere: persone che forse non sono nel giusto spirito del sito e che forse non lo saranno mai. Ma è una comunità libera e dopo un primo scambio, che magari permette di chiarirsi le idee sulla persona, non si è certo obbligati a ripetere l’esperienza.

I miei scambi del cuore? Sono tanti, ma per questo articolo con il quale spero di avervi interessato al baratto e invogliato a partecipare, ve ne elenco cinque:
- un week end nelle Langhe per me, marito e figlio, ospiti di una bellissima famiglia in una casa colonica di campagna. Ospiti in tutti i sensi, con vitto, alloggio e visita guidata nei dintorni. In cambio di una piastra per capelli (ovviamente usata);
- un massaggio ayurvedico per mio marito in cambio di un CD di Elisa;
- due quadri (che ora mi osservano appoggiati al mobile della mia sala) di una artista che ammiro molto e che è molto attiva su ZR dove scambia soprattutto libri e, occasionalmente, alcune sue opere. In cambio di un forno a microonde e di diversi prodotti dolciari (che avevo ricevuto in regalo ma che non amo);
- le creme e i saponi handmade di quattro barter diverse, con le ricette e le spiegazioni per realizzarmele da sola, che mi hanno permesso un annetto fa di risolvere la dermatite atopica di mio figlio. In cambio, se non ricordo male, di un vaso blu, un gioco di mio figlio, di collant, di dolci. Le “spignattatrici” su ZR sono molto attive e molto disponibili a condividere i loro segreti;
- la prestazione di un elettricista che è venuto a montare i variatori di luce nel mio precedente appartamento in cambio di alcune bottiglie di vino.
Concludo con una frase che ho letto proprio oggi su ZR, testimonianza di una barter soddisfatta: il bello degli scambi non è solo l’oggetto in sé ma le persone che conosci e con le quali nascono belle amicizie."

martedì 14 febbraio 2012

Un sogno e la decrescita felice (parte I)

Questa mattina mi sono svegliata da un sogno bellissimo ed al tempo stesso bruttissimo, perchè mi ha di nuovo fatto riflettere su un tema che mi attanaglia da diverso tempo.
Il sogno, con tutte le giravolte e contorsioni che i sogni solitamente hanno, in sostanza è questo: mi ero imbattuta in un angolo nei pressi di una casa di sconosciuti dove erano stati abbandonati degli oggetti, accompagnati da un biglietto. Nel citato biglietto una signora diceva che quelli erano oggetti che non le servivano più e che quindi dava via a chi li voleva prendere. Io, presa da una curiosità incredibile, ho iniziato a guardare tra gli oggetti e vi ho trovato una quantità esagerata di libri, ma non di libri qualsiasi, proprio quelli che vorrei prendere e che stanno da qualche parte nella mia lista dei desideri. Nel sogno allora ho incominciato a prenderli, scartando quelli (pochissimi) che non mi interessavano. Tra gli oggetti è saltato fuori anche qualche vestito particolare, che ho messo da parte. In breve mi sono resa conto che la signora aveva messo a disposizione quasi un'intera stanza di casa piena di oggetti da dare via. Ed io ero felicissima per quei libri. Poi nel sogno è comparsa anche la signora con la sua famiglia ed altre persone non meglio definite che forse stavano tentando di trovare qualcosa di loro interesse frai vari oggetti messi a disposizione. In quel momento mi sono resa conto che avevo esagerato, che avevo preso troppo. Sono andata dalla signora e gliel'ho detto. La signora mi ha risposto che sì, avevo esagerato e che lo aveva notato, ma non mi aveva detto niente perchè lei regalava quelle cose e chi prima arrivava, prima prendeva, ma, visto che io avevo fatto il primo passo, allora lei aveva deciso di riprendere tutto e, invece di regalarlo, di metterlo in vendita. Così il sogno è finito con me che, guardando una libreria allestita dalla signora con tutti i libri prezzati, cercavo di scegliere con oculatezza cosa prendere.
Il risveglio è stato amaro, ma mi ha fatto pensare. Ho pensato a tutta una serie di cose su cui rifletto da molto tempo.

L'accumulo. L'accumulo di oggetti. Sì, anche l'accumulo di libri. Da un po' di tempo a questa parte compro molto poco in termini di oggetti, libri e vestiti. Come ho detto in un altro post, vestiti e libri vengono per lo più dal mercatino dell'usato, perchè mi piace l'idea di riciclare le cose che agli altri non servono e perchè si trovano spesso cose molto belle e particolari. In passato però ho forse esagerato anche in questo. Il fatto che costassero poco mi ha spinto spesso a comprare troppi vestiti e troppi libri, anche se usati. Sui libri però non riesco mai a dire che sono troppi. E' più forte di me. Ultimamente non prendo neppure i vestiti. Mi bastano e mi stra-avanzano quelli che ho e, tra i miei progetti, c'è quello di riprendere la macchina da cucire in mano ed eventualmente provare a crearne di nuovi da quelli che già ho. In alternativa vorrei donare tutti quelli che non uso mai.
Da tempo sento l'inutilità di molte cose, sebbene poi molte di queste rivestano per me dei significati profondi e mi richiamino alla mente ricordi ed emozioni. Il punto è proprio che si investono inevitabilmente gli oggetti di significati ed emozioni, per cui è difficile separarsene. La casa finisce così con il riempirsi sempre di più.
Sono sempre combattuta interiormente tra le bellezza limpida di una vita senza oggetti (leggete qui qualcosa sulla Generazione Zero) ed il fascino di una casa piena di oggetti cari e particolari.
Prima di tutto sto cercando di eliminare gli acquisti. Per esempio uso ancora le pentole di mia nonna, sia per una questione affettiva, sia perchè non mi va l'idea di buttare una cosa che ancora svolge perfettamente il suo lavoro. I vestiti della bambina sono quasi tutti della cuginetta. I suoi giochi pure. Alcuni li ho cuciti io mentre ero incinta. Cerco di comprare solo quello che serve.
Difficile è tenere a bada mia madre e mio padre. Hanno fatto molti sacrifici, sono stati ad emigrare in Svizzera per molti anni e con grande fatica si sono conquistati quello che hanno, per cui adesso che possono, non vogliono risparmiarsi. Così devo combattere anche con gli acquisti inutili che mia madre fa per me con tanto amore.
Il punto è che avere di più non dà la felicità. La società (ma non è forse il soggetto giusto) ha creato falsi bisogni per noi e noi ce ne creiamo di altri. Di tutto quello che ci circonda, quanto realmente ci serve? Ci serve per dare a noi stessi e agli altri l'immagine di ciò che vorremmo essere, che siamo o che pensiamo di essere. Gli oggetti che possediamo plasmano questa nostra immagine. In essi trasponiamo una parte di noi.
Pure io non ne sono immune e se mi guardo intorno, se guardo la mia casa, mi piacciono le cose che la popolano. Ancora non potrei liberarmi di molte di esse.
Mesi fa ho visto il film "Into the wild", di cui magari parlerò in futuro dal momento che mi ha colpito e fatto riflettere ulteriormente, e vorrei solo ricordare qui una delle canzoni che accompagnano il film, "Society" di Eddie Vedder (oltre che meravigliosa nella musica e nelle parole, per me è anche un'ottima ninna nanna... l'ho sperimentata personalmente sulla piccola), le cui parole ben si accordano con il tema. Qui il testo e qui la traduzione.
Detto tutto questo, ancora troppe cose vorrei scrivere, perchè sono molti gli aspetti del problema.
Le mie riflessioni mi hanno portato ad interessarmi di decrescita, o decrescita felice, e dei testi di Serge Latouche, di cui parlerò magari domani, perchè l'argomento è vasto ed il mio tempo residuo ormai è poco.
Tra i vari modi per rimettere in circolo gli oggetti che non si usano, oltre a quello di regalarli a chi ne ha bisogno, ho trovato quello del baratto. Ancora non mi sono cimentata, ma sbircio da tempo il sito di ZeroRelativo e sto pensando di unirmi al gruppo di barters che lo popolano. Pensavo anche di aprire un piccolo spazio sul blog dove inserire gli oggetti che potrei scambiare. Anche su questo punto avrei un po' da approfondire.
Ecco, ho messo troppe cose nel calderone. Svilupperò prossimamente, ma era da un po' che volevo iniziare a parlarne.
Per il momento chiudo con un altro aforisma tratto da "Aforismi sulla radice degli ortaggi" di Hong Zicheng di cui ho parlato ieri qui. Le riflessioni che ne scaturiscono possono essere molteplici, a seconda della prospettiva da cui si cerca di rispondere alla domanda posta.
"Se sappiamo vivere senza affanni in una piccola stanza, perchè possedere saloni dagli alti soffitti decorati, ampie finestre dalle tende di perle?
Se dopo aver bevuto tre coppe intuiamo il vero, ci sentiremo appagati suonando il liuto al chiaro di luna o il flauto nel vento."