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venerdì 25 gennaio 2013

Time and Weather: a whole year round


Ieri, in questo post, ringraziavo (e torno a fare i miei ringraziamenti anche oggi) Cì (IlMondodiCì), Simonetta (LaSolitaMamma) e Monica (UnconventionalMom) per i consigli ed i suggerimenti che mi hanno dato relativamente ad alcuni libri in lingua inglese che dovrò usare per un progetto per bambini di IV della scuola primaria. Cì mi ha inoltre suggerito di partecipare al Venerdì del Libro di oggi condividendo proprio i titoli dei libri che sono stati raccolti.
I temi attorno a cui ruotano i libri che mi sono stati suggeriti e quelli che avevo trovato in precedenza riguardano il time, quindi ore, parti della giornata, giorni della settimana, mesi, stagioni, ed il weather, per cui il tempo atmosferico nelle varie stagioni, ma anche i frutti, i fiori, le piante che si possono trovare nei vari momenti dell'anno e quindi il ciclo vitale delle piante. Infine anche festività e tradizioni anglosassoni.
Mi sono stati indicati anche nursery rhymes, informazioni varie e video.
Intanto ecco i libri:
- Around the Year di Elsa Beskow
- Mother Earth and Her Children di Sybille Von Olfers
- Morning, Noon an Night di Jean Craighead George
- Listen, Listen di Phillis Gershator
- A Tree for All Seasons di R. Bernard
- The Jacket I Wear in the Snow di Shirley Neitzel
- New Treetops di Sarah Howell e Lisa Kester-Dogson
E poi...grande protagonista...Eric Carle con:
- The Tiny Seed
- Today is Monday
- The Very Hungry Caterpillar
- The Bad-Temperated Ladybird
Se qualcuno avesse altri suggerimenti, li accetto molto volentieri!!! Come ho già scritto ieri, mi sono stati accorciati moltissimo i tempi di consegna del materiale, per cui sono ancora alla ricerca di testi in lingua originale sull'argomento, in particolare sulle festività e le tradizioni anglosassoni.
Devo veramente dire grazie alla solidarietà della rete per le informazioni che sono riuscita a raccogliere.
Purtroppo oggi non riesco, per mancanza di tempo e di forze (sono ancora influenzata e senza voce), a descrivere ogni singolo libro. Spero quindi di poterlo fare nei prossimi giorni.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro.

mercoledì 9 gennaio 2013

Mansfield Park e il classico dell'inverno

L'altro giorno ho terminato la piacevolissima lettura di "Mansfield Park" di Jane Austen, apprezzandone, come di consueto con le sue opere, la scorrevolezza, l'acume, il dipanarsi perfetto della storia, simile al cadere dei pezzi del domino messi in fila. Jane Austen mi trasmette serenità, riempie la mia mente di un tempo e di un luogo che non esistono più e le sue opere si accordano armoniosamente al silenzio dell'inverno che invade la campagna fuori dalla mia finestra. Di lei mi colpisce sempre la modernità disarmante di certe frasi e situazioni, come pure di certi tipi umani che, nonostante il trascorrere dei secoli, sembrano essere sempre lì, annidati nel solco delle nostre esistenze. In questo romanzo vi è un'eroina protagonista, ma non emerge sugli altri, perchè la storia è corale, è un continuo entrare ed uscire di scena di vari personaggi, simile allo svolgersi di una piéce teatrale (il teatro è un tema presente anche all'interno della vicenda). Ed inizialmente non ho simpatizzato molto con questo personaggio: Fanny, così umile, ritirata, sempre pronta ad esaudire i desideri altrui, dimentica di se stessa, quasi dovesse scusarsi di esistere. Pur ritrovandovi qualche tratto della mia accondiscendenza verso il prossimo, più volte avrei voluto spronarla a reagire, a comportarsi in maniera diversa, ad essere portatrice di diversi valori e comportamenti. Una sensazione che in qualche modo mi aveva già accompagnato quando avevo letto "La Storia" di Elsa Morante (un libro che ho molto amato) e mi arrabbiavo ciecamente con Ida, per il suo fluire negli eventi senza riuscire a porre mai resistenza, senza affermarsi mai come individuo, con la sua volontà. Ma questa è, appunto, un'altra storia...
Tornando a "Mansfield Park", quanta cinica "modernità" in questa frase:
"...Una giovane, se fidanzata, è sempre più attraente di una che non lo è. E' soddisfatta di sé. Non ha più preoccupazioni per l'avvenire, sa di poter esercitare tutte le sue seduzioni senza destare sospetti. Con una donna già impegnata non si corrono rischi; non si causano danni."
O in questa (oggi da applicarsi al cinema?):
"Fortunatamente per lui l'amore del teatro è così generalizzato, e la smania di recitare è così forte nella gioventù, che le sue chicchiere non riuscivano ad attenuare l'interesse degli ascoltatori."
La Austen profonde qua e là la sua caustica ironia e guarda ai suoi personaggi con occhio tagliente e senza troppa indulgenza, mettendone in luce le ombre nascoste in un modo eccelso. Mi hanno fatto sorridere più di una volta le parole di Lady Bertram, capaci di rivelarne tutta la stupida indolenza, o quelle di Mrs Norris, tutte un affaccendarsi inutile, petulante, rivelatore di meschini interessi personali.
La mia riconciliazione con Fanny è avvenuta nella descrizione della stanza ad est, della sua "stanza tutta per sé", nelle sue emozioni di adolescente assennata, ma pur sempre adolescente, dopo il ballo, e, soprattutto, nel suo modo di essere in sintonia con la natura, che me l'ha resa così vicina per affinità di sentire, e nel suo riflettere sul potere meraviglioso della memoria.
"- Ecco la quiete, - disse. - Ecco l'armonia! Ecco qualcosa che vince qualsiasi dipinto, qualsiasi musica e che la sola poesia può tentar di descrivere. Qualcosa che potrebbe calmare qualsiasi angoscia, elevare il cuore fino al rapimento! Quando contemplo lo spettacolo di una notte come questa, mi sembra che non possano esserci né dolore, né malvagità sulla terra: e certamente ve ne sarebbe molto meno se si prestaase maggior attenzione alla sublimità della natura e se l'uomo contemplando una scena tale fosse indotto più spesso ad uscire da se stesso. - 
- Mi piace ascoltare le tue entusiastiche espansioni Fanny; è una bellissima notte, e sono assai da compiangere quelli che non hanno imparato a sentire come fai tu, che non hanno appreso fin dalla fanciullezza a gustare le gioie che ci vengono dagli spettacoli naturali. Perdono molto, moltissimo. -"
 Infine un sorriso di complicità nei confronti di questa eroina, quando ho letto questa frase:
"... ma la ricchezza rende audaci e ricerca il lusso, e una parte della sua trovò la via di una biblioteca circolante."
"Masfield Park" entra quindi a far parte dei classici che da un po' di anni a questa parte, mi ritrovo, probabilmente proprio a causa dell'intima natura dell'inverno, a leggere nel passaggio tra un anno e l'altro, così come è stato, per esempio, con gli amatissimi "I Buddenbrook" e "La montagna incantata" di Thomas Mann e con gli altri libri della Austen. I classici richiamano l'inverno, sanno di coperte calde e tazze fumanti, di cielo grigio e foglie cadute, di una neve che quest'anno si fa attendere.

mercoledì 26 dicembre 2012

Il mio Canto di Natale

Da un po' di anni a questa parte, ogni anno, all'approssimarsi delle feste natalizie, mi ritrovo ad andare in cerca dello Spirito del Natale Presente, accorgendomi infine con rammarico di riuscire sempre e solo ad incontrare lo Spirito del Natale Passato (o meglio dei Natali Passati). Ogni volta finisco quindi per rammaricarmene, per pensare che non riuscirò più a risentire quell'atmosfera magica di quando ero bambina, che ormai è tutto un inutile consumismo, che ogni cosa legata al Natale è per me priva di senso e significato, che mi pesano pranzi e cene in famiglia, perchè tanto ci si può vedere anche in altri momenti dell'anno, ecc. Da quando c'è mia figlia, poi, si è aggiunta la speranza di ritrovare quell'atmosfera quando sarà abbastanza cresciuta da sentirla. Ancora fino ad oggi non ero riuscita ad aggrapparmi a questa idea con troppa convinzione. Mi sono ritrovata così quasi alla Vigilia di Natale a lamentarmi di non riuscire proprio a sentirla questa benedetta atmosfera natalizia, trovando vano ogni sforzo in tal senso. Giustamente il mio compagno mi ha fatto notare che però dovevamo impegnarci per farla sentire alla nostra piccola, perchè lei ha il diritto di conoscere questa magia così speciale che ricorre una volta l'anno. Per fare un ulteriore tentativo, giorni fa ho deciso di leggere il "Canto di Natale" di Charles Dickens, che, mea culpa, ancora mancava all'appello dei miei classici. La storia è nota. Ho iniziato quindi a leggere con la consapevolezza di quanto sarebbe successo, ma poi mi sono lasciata stupire ed ammaliare dalla vivezza, dalla bellezza, dalla colorata veridicità della descrizione della mattina del Natale Presente che lo Spirito mostra a Scrooge. Questa descrizione, da sola, è capace di far risentire in pieno l'atmosfera delle mattine di Natale della mia infanzia, quando la neve imbiancava tutto fuori dalla finestra, quando le persone che si incontravano per strada salutavano con un'allegria ed un calore ingenuo ed assurdo, seppur bellissimo, quando la tavola era imbandita e traboccante delle cose buone cucinate da mia mamma e mia nonna (su tutte i tortellini fatti in casa galleggianti nel brodo fumante), quando i pacchi colorati da scartare con indosso il pigiama ed il calore dell'aspettativa notturna erano una promessa di tesori inauditi.
Ho proseguito nella lettura e l'ultimo capitolo, quando Scrooge si redime e cambia definitivamente il suo atteggiamento, è un vero tripudio di allegria. La felicità del personaggio, con il suo entusiasmo fanciullesco e folle, diviene contagiosa ed è impossibile resistervi. Almeno per me così è stato. Ed un passaggio, proprio nell'ultima pagina, mi ha molto colpito, tanto da decidere di annotarne una breve frase sulla mia lavagnetta in cucina (dopo aver deciso che d'ora in poi, invece di annotarvi sporadicamente le cose da comprare, vi scriverò sopra qualche frase che mi colpisce tratta da romanzi, poesie o altro, per poterle avere sotto gli occhi fin dal mattino). Si tratta di questo, che, a mio avviso, si commenta da sé:
"Qualcuno rise di questo mutamento, ma egli lo lasciò ridere e non ci fece caso, perchè era abbastanza saggio da sapere che nulla di buono succede su questa terra, senza che qualcuno, sulle prime, si prenda il gusto di riderne. E sapendo che tali persone sono sempre cieche, pensò che, in fin dei conti, era un bene che esse strizzassero gli occhi ghignando e non esprimessero invece i loro sentimenti in qualche altra forma meno piacevole. Del resto anche il suo cuore era tutto un sorriso, e ciò era per lui più che sufficiente."
Ieri è arrivato il Natale e posso dire finalmente che quest'anno qualcosa è forse cambiato per me. La sera della Vigilia siamo stati dai miei cognati. Purtroppo era presente solo una parte dei nonni. Eppure sono stata straordinariamente bene. E soprattutto mi si è allargato il cuore vedendo la mia piccola giocare con i cuginetti. L'anno scorso era troppo piccola. Quest'anno, invece, si rincorrevano, salivano sui gradini della scala, ridevano tra loro. La mattina di Natale lei ha scartato i suoi piccoli regali. un libro con tantissimi animali disegnati da riconoscere e nominare, il pupazzatto di Pimpi di Winnie Pooh che le piace tanto, un coccodrillo di legno da tirare con la cordicella regalatole dagli zii. Anch'io ho scartato i miei due regali. Quelli del mio compagno. Da un po' di anni a questa parte in famiglia abbiamo deciso di non farceli, ma quest'anno mi sono ritrovata a sceglierne due per il mio compagno, per poi scoprire che anche lui me ne aveva fatti un paio. A sopresa è arrivato anche un regalo da mia cognata: due deliziose tazze con dei gufetti. Mentre cucinavo i Baci di Dama ed il profumo delle nocciole inondava la stanza e mentre mia figlia giocava con i suoi nuovi giocattoli, la mia mente si è riempita dei Natali Futuri, fatti di serate come quella della Vigilia appena trascorsa, di risate e giochi fra i cuginetti, di gioia e di stupore negli occhi di mia figlia per le luci dell'albero, per i pacchi che racchiudono tesori inimmaginabili. Lo Spirito dei miei Natali Passati si  è allora trasformato in quello dei suoi Natali Futuri ed io, finalmente, ho fatto pace con il mio Natale Presente.

martedì 4 dicembre 2012

Tornando a casa...

Qualche giorno fa sono stata nuovamente a trovare i miei genitori con la mia bimba. Il papà, purtroppo, causa lavoro, è rimasto qui. Abbiamo preso l'aereo ed anche questa volta mi sono stupita di come hostess e stewart siano sempre in qualche modo "belli". Hanno un aspetto quasi etereo, proprio come fossero forgiati, modellati dal vento, dall'aria, dalle nuvole che attraversano ogni giorno. Un'aria dignitosa, uno sguardo profondo che sembra volgersi lontano. Una gentilezza algida, non reale, non umana, inarrivabile. Movimenti sicuri e fludi anche mentre l'aereo balla tra le nubi.
Sono stati giorni rilassanti e stressanti al tempo stesso, perchè mia figlia si è ammalata quasi subito (il clima più umido e freddo?) e la casa (che non è quella della foto...magari lo fosse!) è abbastanza anti-bambino (con scala a portata di mano, camino, forno e fornelli accesi accessibili, cane e gatto socievoli solo fino ad un certo punto...). Eppure sono stata bene. Soprattutto al mattino presto, quando ancora gli altri dormivano ed io mi svegliavo per guardare fuori i luoghi familiari immersi nel silenzio, con in sottofondo il suono macinante e sempre uguale dell'orologio attaccato al muro.
Vicino alla nuova casa dei miei un tempo c'erano campi e prati, adesso un nugolo di case che cresce e si moltiplica ad ogni mia visita. Tra le nuove abitazioni è rimasta, come un'isola di un tempo passato, come se lì ci fosse un varco temporale per un'altra dimensione, una villa ormai disabitata, che non ero mai riuscita a vedere così da vicino come questa volta, proprio perchè un tempo non era possibile avvicinarsi così tanto. Leggende metropolitane della mia infanzia volevano che nel giardino della villa si celasse uno stagno con sabbie mobili pericolosissime. Gli alti alberi e le siepi che circondavano la casa impedivano di vedere dentro il giardino e ciò alimentava ancor di più la certezza che vi si nascondesse qualcosa di veramente terribile.
In questo mio soggiorno ho fatto una passeggiata con mia mamma e la bimba e, armata di macchina fotografica, sono riuscita finalmente ad immortalare la villa. Quest'estate avevo scrutato con timore e attrazione le fronde fitte che la nascondevano alla vista, una macchia di nero tra le luci troppo chiare delle case attorno. Ho fotografato anche ciò che resta di un vecchio fienile, che da bambina potevo vedere solo da lontano, perso nei campi. Le siepi e gli alberi della villa erano un brulicare di ballerine bianche, uccelli così esili ed eleganti dalla lunga e sottile coda (che mia nonna chiamava infatti codone), che sgranavano i loro cinguettii al nostro passaggio. Ce ne siamo stupite e rallegrate, indicandocele vicendevolmente. Ho riflettuto sul fatto che la mia capacità di stupirmi di fronte alla natura deriva in gran parte dai miei genitori e dai miei nonni. Sono loro che, con l'esempio, mi hanno insegnato a guardarmi intorno e a notare tutte le cose belle che mi circondano.
In questi giorni mi sono reimmersa in una realtà che non mi appartiene più, cercando di acciuffare ciò che di buono racchiude in sé. Ho allora ascoltato le chiacchiere di paese tra mia mamma ed una sua amica che era passata a trovarla. Ascoltavo la voce di questa signora, così quieta e monotona, che raccontava in modo cadenzato, morbido, quasi sussurrando. Cose senza importanza e minuscole, in verità. Eppure prestare attenzione e partecipare a questa piccola chiacchiera mi ha cullata. Questo piccolo mondo del paese, che tanto non sopporto, in quel momento, dall'esterno, è riuscito a rilassarmi, a farmi sentire tranquilla.
Non sono riuscita ad incontrare gli amici, per vari motivi, e mi sono dovuta limitare ad una lunga telefonata con una di essi per avere aggiornamenti e notizie dell'ultimo minuto. La permanenza forzata dentro casa mi ha però permesso di fare un po' di foto e di filmati e, soprattutto, rovistando in soffitta, di ritrovare il preziosissimo album di fotografie di mia nonna, che ormai da sette anni si andava cercando tra gli scatoloni ancora rimasti dal caos del trasloco e per cui mia mamma ed io ci disperavamo ogni volta. Mentre mia figlia saltava su e giù dal letto e mia madre cercava invano di tenerla calma, io, imperturbabile, mi guardavo il contenuto di questo album come fosse uno scrigno di tesori, ritrovando i volti bellissimi dei miei nonni a ventanni, quando, pur vestiti di abiti poveri, sembravano due luminosi attori del cinema in bianco e nero. Dietro ogni foto c'è annotato un piccolo numero. Lo scrissi io una notte di circa dieci anni fa, quando, dopo una scossa di terremoto, andai a dormire da mia nonna. Passammo la notte a guardare le foto ed io annotai su un quaderno tutto quello che lei si ricordava: chi c'era, dove erano, cosa era successo.
Ho poi camminato nel viale di platani su cui si affaccia il palazzo in cui ho vissuto da bambina, mentre la pioggia scendeva piano. Mentre i miei piedi calpestavano il letto di foglie cadute, sono stata assalita dai ricordi. La sensazione di quelle foglie è impressa nella memoria dei miei piedi. Ho avuto la certezza che in quella pioggia che cadeva morbida sull'ombrello di mia madre, in quel cielo lattiginoso, in quelle piante molli di pioggia erano racchiuse la mia infanzia e la mia adolescenza.
Come sempre, ne ho approfittato per sbirciare tra le librerie di mio padre, trovandovi un nuovo interessante acquisto: "Gli occhi della libertà" di Fabrizio Achilli, un libro fotografico sulla Resistenza vicino a Piacenza. Mi sono persa a guardare tutte quelle fotografie di un tempo che sembra ormai così lontano. Mi ha colpito una parte del testo in cui l'autore parlava dell'importanza non solo fisica, ma anche simbolica della montagna nell'ambito della Resistenza, e del suo legame strettissimo con la figura del partigiano. Veniva citato Calvino e si faceva riferimento all'esperienza partigiana come all'attraversamento di una soglia. Questo mi ha colpito perchè mi ha fatto tornare alla mente un racconto che avevo scritto anni fa e che avevo proprio inviato al Premio Calvino (sì, una volta in vita mia ho avuto il coraggio di farlo...poi non più...). Le riflessioni scaturite mi hanno portato a riprendere in mano alcuni libri: Fenoglio con "I ventitré giorni della città di Alba", "Il partigiano Johnny", "Primavera di bellezza", "Una questione privata" e "Una guerra civile" di Claudio Pavone, un saggio storico sulla moralità della Resistenza che avevo studiato per l'esame di Storia Contemporanea vari anni fa.
Certo gli ultimi giorni sono stati meno rilassanti, tutti un po' ammalati, chiusi in casa ed io, infine, ho iniziato a risentire l'esigenza di ritrovarmi nel mio ambiente, di tornare a quello che ormai è felicemente il mio mondo, di recuperare i miei spazi. Speravo solo che il mio secondo nipotino nascesse mentre noi eravamo lì, invece ha deciso di affacciarsi al mondo giusto un paio di giorni dopo la nostra partenza. Mi è toccato quindi vederlo solo in foto, mentre mia figlia, senza che io le avessi detto nulla, all'apparire dell'immagine ha esclamato "cuginetto!", lasciandomi basita a domandarmi se è capace di leggermi nel pensiero. Solo oggi, dopo vari giorni, in una giornata altrettanto piovosa e ventosa di quella che ha visto il nostro ritorno, sono riuscita a trovare un momento per fissare anche questi ricordi, prima che il tempo li afferri e li lasci fuggire via.


martedì 13 novembre 2012

Il gioco delle noci


Pochi giorni fa mi sono imbattutta in questo articolo, che parla di qualcosa di - a mio parere - veramente curioso. Pare che in questo periodo dell'anno in Cina si scateni una vera e propria passione per le noci e per una serie di giochi ad esse legati. I cinesi sembrano allora trascorrere l'autunno tenendo in mano due noci, strofinandole una con l'altra, ma non solo. Il passatempo preferito sono le scommesse sulla bellezza e perfezione delle noci che scaturiscono fuori dal mallo. Il commercio delle noci a scopo alimentare è qualcosa che non permette di campare, mentre quello che riguarda le scommesse ed il collezionismo garantisce un giro di affari strepitosi.
Tutto ciò (di cui si trovano i dettagli nell'articolo sopra menzionato e qui) mi ha enormemente affascinato. La Cina è sempre un'incredibile insieme di tradizioni antiche e di capitalismo moderno e mi colpisce molto il fatto che vi sia ancora questa usanza così antica e che in un Paese che cresce a ritmo così frenetico (e per noi angosciante ed inquietante) vi sia ancora il tempo per qualcosa del genere. Trovo davvero particolare il fatto che (come viene sottolineato nel secondo articolo citato) le noci siano uno status symbol per i nuovi ricchi cinesi insieme ai beni di lusso tipicamente occidentali. Le noci sembrano incarnare perfettamente le contraddizioni di questo Paese.
L'azzardo ed il commercio sulle noci è qualcosa di più di una scommessa o del semplice collezionismo. Servono (come dice anche l'autore dell'articolo) tatto, immaginazione, attenzione, intuizione, così come, per i produttori, una sapiente capacità di creare innesti, modellare i malli, selezionare esemplari.
In particolare trovo molto bella la chiusura dell'articolo:
"I cinesi stringono sempre due noci nell'incavo di una mano. Le fanno ruotare, le premono l'una contro l'altra per affinarle, ascoltano la loro voce. Sono convinti che sia un'attività salutare per le articolazioni, contro la vecchiaia di ossa e cartilagini, e che dia una seria ripulita ai pensieri. Le belle noci passano di padre in figlio, raccontano la storia della famiglia e toccarle significa dare la mano a chi è andato via. Nei negozi di antiquariato si trovano frutti di valore, invecchiati in mani famose. Toccarle è un gioco che aiuta a non limitarsi alle piccole cose, come il volo di un aquilone perduto in fondo al cielo."
Pensavo a queste collezioni di noci che passano di padre in figlio come un tesoro prezioso, ad un uomo seduto sulla soglia che scruta il cielo facendo ruotare le noci tra le mani, ascoltandone il suono morbido e secco al tempo stesso. Ho provato a tenerne in mano due, a farne per qualche attimo il mio "antistress" e mi sono resa conto che in effetti è rilassante ed ispira immagini, storie, pensieri.
Se poi, come dice la medicina trazionale cinese, il gioco delle noci aiuta a rendere più fluida la circolazione sanguigna, a purificare l'organismo e a trattenere alcune caratteristiche (penso negative) del proprietario, allora il tutto assume una valenza terapeutica da non sottovalutare.
Fino ad oggi conoscevo soltanto il sapore particolarissimo del nocino, un liquore fatto con le noci (da cogliere rigorosamente la notte delle streghe, ovvero tra il 23 ed il 24 giugno), di cui ho ricevuto varie volte in dono qualche bottiglia da un amico che lo autoproduce in maniera eccellente.
Mario Rigoni Stern, in "Arboreto selvatico", ricorda una canzone popolare che si cantava in guerra e che diceva:
"Ti ricordi quelle sere
sotto l'albero di noce
mi dicevi a bassa voce ..."
Gli innamorati pare andassero sotto il noce a sussurrarsi parole d'amore, perchè nel passato le noci erano di buon augurio per le nozze (oltre che afrodisiache) e venivano lanciate agli sposi, invece dell'ormai imperante riso.
Per approfondire un po' miti e leggende sul noce (come su molti altri alberi e piante in generale), vado spesso a consultare un libro che amo molto: "Florario" di Alfredo Cattabiani (una vera miniera di notizie, come pure gli altri suoi libri simili, ma riguardanti altri temi). Qui riscopro il legame del noce con le divinità femminili greche e romane, da cui discende il collegamento con le streghe (vedi sopra rispetto al momento più adatto per cogliere le noci per il nocino). Nella notte di San Giovanni le streghe, secondo la leggenda, volavano nei cieli per raggiungere il noce di Benevento, sotto cui aveva luogo il sabba ed in generale, un po' in tutta Italia, il noce era considerato l'albero ideale per il sabba. Da ciò è discesa poi la credenza popolare che facesse male dormire sotto un noce.
Le credenze su questo albero sono ambivalenti. Simbolo di morte e di abbondanza al tempo stesso, è legato a qualcosa di magico ed ultraterreno, al punto che nelle favole (vedi fratelli Grimm) le noci sono legate a tesori od oggetti particolari, magari dotati di poteri.
Numerosi sono poi i giochi che, nell'antichità ed in un passato più recente, i bambini facevano proprio con le noci, tanto che ne è nato un modo di dire, "Giocare con le noci", proprio per intendere il gingillarsi.
Ho scoperto infine che vi sono numerosi proverbi ispirati a questi frutti. E le curiosità sono ancora tantissime sull'argomento.
Chiudo questo lungo post sperando che le mie due noci possano allontanare un po' dei pensieri e delle ansie di questi giorni. Come il cinese nell'immagine nata nella mia mente, forse devo anch'io trovare il tempo di mettermi seduta a guardare il cielo rigirandole tra le mani.

martedì 30 ottobre 2012

The House in the Woods

Photo: Fagerström & Willamo
Da sempre ho una passione per le case abbandonate. Forse più di una passione. L'immagine di una casa ormai abbandonata mi risuona dentro da molti anni e ha giocato un suo ruolo all'inizio della storia con il mio compagno. Ho scritto varie volte storie che ruotavano attorno a case abbandonate. Ne ho visitate alcune, scattando mille foto per cercare - invano - di riportare a casa le impalpabili sensazioni che quelle stanze vuote mi suscitavano. Ho avuto modo di vedere fabbriche in disuso ed anche un incredibilmente suggestivo albergo abbandonato (altre fissazioni nelle mie storie).
Non a caso, durante l'adolescenza, amavo (ed amo) La casa dei doganieri di Montale ed ho adorato le pagine di Gita al faro in cui la Woolf parla del vento che si insinua nella casa e la visita, esplorandone gli angoli più reconditi.
Photo: Fagerström & Willamo
Amo la natura che si impossessa dei luoghi abbandonati, trasfigurandoli e mutandoli in una creazione che non è più solo umana. Fin da piccola rimasi colpita dai rovi che avviluppavano il castello della Bella Addormentata, come pure dalle stanze dimenticate di ville e castelli invase dalle piante di qualche romanzo e film per bambini.
Così come ho un debole per le case abbandonate, ne ho un altro per gli animali del bosco e per i Paesi Nordici.
Photo: Fagerström & Willamo
L'altro giorno - in un raro momento di pace - mi è capitato di imbattermi in una felicissima combinazione di tutto ciò leggendo questo articolo, in cui si parla di un fotografo finlandese, Kai Fagerström, che ha esplorato alcune case abbandonate a Suomusjärvi, nella campagna finlandese, scoprendovi un grande fermento di vita, dal momento che tassi, volpi, civette e altri abitanti del bosco le avevano elette a loro dimora. Fagerström, pazientemente, nell'arco di 10 anni, ha realizzato numerosi scatti (insieme a Heikki Willamo, autore di libri per bambini e fotografo) che ritraggono i nuovi abitanti che si aggirano per le stanze e l'effetto è assolutamente incantevole e suggestivo. Dalle fotografie si coglie il silenzio e i fruscii furtivi, l'atmosfera rallentata, sospesa di quegli ambienti e le immagini sembrano scaturite da un libro illustrato per bambini.
Sul web sono visibili poche foto, ma è stato pubblicato un libro, The House in the Woods, che raccoglie le foto del progetto accompagnate da testi di Heikki Willamo e da poesie di Risto Rasa e che è acquistabile qui, sul sito del Natural History Museum. Fagerström, per questo suo lavoro, nel 2010 ha vinto il Wildlife Photojournalist Award. Direi che se lo è proprio meritato ed ho deciso che il suo libro sarà il mio autoregalo per Natale.
Photo: Fagerström & Willamo
Nel sito di Fagerström si possono vedere alcune altre foto del progetto, mentre in questo articolo del sito Books from Finland (sito che ho sbirciato al volo, ma su cui voglio tornare perchè l'ho trovato interessante) si può leggere un estratto del libro.

giovedì 13 settembre 2012

Riti di orto e vendemmia


Ieri mattina, come sempre, mi sono alzata poco dopo le 6. Dopo aver espletato tutte le attività che la dieta che seguo da due settimane mi impone( ebbene sì, finalmente mi sono messa a dieta per perdere i chili rimasti dopo la gravidanza e che sembrano non avere molta intenzione di andarsene e mi sono affidata all'omeopata e dietologa di un'amica che mi ha dato un programma da seguire che include anche un po' di ginnastica mattutina), mi sono fermata un attimo a guardare fuori. La campagna era immersa nella nebbia e sembrava una mattina di inizio autunno. Io ho un gigantesco debole per l'autunno. Sono uscita cercando di fare pianissimo per non svegliare mia figlia che dormiva di sopra e ho scrutato il mio orto. Ecco, pareva un orto di guerra in uno stato davvero pietoso. Ho deciso di non procrastinare oltre e di mettere mano agli attrezzi del caso, raccogliendo cipolle, eliminando le piante di pomodori e zucchine che ormai si sono esaurite (lo faccio sempre con un certo dolore, lo ammetto, perchè non mi piace recidere le piante e spesso capita che aspetti che si secchino naturalmente, finendo per non essere pronta per le coltivazioni successive).
E' bellissimo lavorare in giardino all'alba, nel silenzio, ed in particolare nell'orto. L'orto ed io abbiamo un lungo e viscerale legame, che mi riporta all'infanzia, a quando con mio nonno trascorrerevo ore infinite e luminose nel suo orto. Nella mia mente quindi l'orto è un luogo un po' magico, dove la vita nasce, muore, si rigenera all'infinito in maniera misteriosa. Un luogo cui sono legatissima da un filo invisibile che mi lega al passato.
Nel mio orto-giardino abbiamo anche piantato due viti di uva fragola a spalliera contro i muri. Forse era un po' presto, ma, assaggiandola, risultava matura e vari chicchi in alcuni grappoli cadevano da sé, segno dell'avvenuta maturazione. Così ho deciso di vendemmiarla e di lasciarne solo qualche grappolo ancora.
Ecco allora che alla mente si è riaffacciato un altro momento del mio passato: la vendemmia. Durante i primi anni di università, una mia amica mi suggerì di partecipare alla vendemmia, per fare qualche soldo. Seguii il suo consiglio e mi aggregai ad una signora ed alle sue figlie, che abitavano nel mio palazzo e che conoscevo fin da bambina, che andavano a vendemmiare per una tenuta agricola vicina a dove abitavo. E' stata una esperienza così intensa e significativa per me ed ancora la ricordo vividamente.
Rammento l'immensa fatica fisica, perchè i filari erano tutti disposti sulle colline (si parla delle colline del Piemonte, in provincia di Alessandria), il fresco pungente dell'alba, mentre vallate e colline erano immerse in un'aria fumosa di nebbia e luce, il profumo della terra bagnata dalla rugiada del mattino e quello dell'uva matura che si staccava sotto la lama delle cesoie, i ragni e le loro meravigliose ragnatele intrise anch'esse di rugiada, le pause in cui si pranzava, seduti per terra, guardando gli immensi platani frondosi vicino alla tenuta, le canzoni e le risate mentre si vendemmiava, il sonno pesante che scendeva la sera annullando la mia vita e facendola sprofondare in un buio senza sogni, rigenerante.
In quei momenti ho pensato molto ai miei nonni, che erano nati contadini, alla fatica terrosa che aveva caratterizzato la loro giovinezza, prima di emigrare dall'Emilia in Svizzera e ricordo di aver provato la sensazione di un ritorno alle radici, alle mie radici vere, che sono nella terra, nei campi, nei boschi.
Non sono mai stata una bevitrice, fino a qualche anno fa ero pure totalmente astemia, tanto che alla fine della vendemmia ci offrirono da bere del vino ed io ricordo che lo assaggiai appena. Da qualche anno ho iniziato ad assaggiare. Gusti che mutano e che sperimentano nuovi sapori. Continuo a non essere un'amante appassionata del vino, ma lo sento così carico di qualcosa di antico, atavico, che mi affascina.
Qualche anno fa, sempre nel mio solito mercatino dell'usato, mi imbattei in un libro molto bello, che comprai subito per pochi euro: "Della vite e del vino - Il Succo dell'immortalità nelle lettere e nei colori" (a cura di Oddone Longo e Paolo Scarpi, Claudio Gallone Editore, 1999), che è davvero una meraviglia per gli occhi grazie alle riproduzioni di quegli affascinanti dipinti del passato dove compaiono infinite varietà di uva e di frutti, spesso ormai perduti a causa della globalizzazione che ha, tra le tante cose, di cui alcune indubbiamente positive ed altre decisamente meno, portato ad un appiattimento dei nostri gusti e delle forme che ci piace ritrovare sulla tavola quando mangiamo frutta e verdura. Tema, quello delle varietà perdute, che mi ha sempre molto intrigato e che avrebbe voluto essere il mio argomento per la tesi del master sui parchi e giardini e che, purtroppo, per i soliti motivi accademici, ho dovuto abbandonare.
Mentre la piccola dorme, mi perdo dietro questi grappoli dipinti, gustandone il sapore con gli occhi.

venerdì 27 aprile 2012

Le avventure della Sorelle Talpa

Torno dopo un po' di tempo a partecipare al Venerdì del Libro.
Questa volta voglio parlare di libri per bambini, di tre libretti speciali che ho acquistato qualche mese fa:
Le Sorelle Talpa e il mare di grano
Le Sorelle Talpa e il pezzo di muschio
Le Sorelle Talpa e il giorno di pioggia

L'autrice è Roslyn Scharwz e i libretti sono pubblicati da Edizioni Punto d'Incontro. Sono libri piccoli, maneggevoli, di una dimensione e formato che mi piace da morire, così come le illustrazioni che ne sono le protagoniste assolute, delicate, ma al tempo stesso vivaci, luminose e positive e le storie, che sono brevi, solo poche semplici frasi che accompagnano e sottolineano le immagini.
Ciò che pervade tutto - colori, storie, soggetti - è un inguaribile e tenero ottimismo, che fa vedere alle Sorelle Talpa ciò che di buono c'è in ogni cosa. Per me che spesso tendo a vedere il bicchiere mezzo vuoto piuttosto che mezzo pieno, questi libretti sono un piacere semplice per gli occhi e per l'anima.
La mia bimba è molto entusiasta delle illustrazioni e ogni volta che li sfoglio, lancia gridolini di gioia. Sono curiosa di vedere cosa penserà delle storie quando le potrà capire.
In lingua originale sono state pubblicate anche altre avventure delle Sorelle Talpa ed esiste un volume che ne racchiude dieci, che presto mi prenderò perchè, ripeto, le illustrazioni mi fanno impazzire per la tenerezza e per il mondo gioioso che sanno evocare. I testi in inglese sono molto semplici e quindi possono anche essere, a mio avviso, un ottimo modo per avvicinare i piccoli alla scoperta di questa lingua. Il volume si intitola The Complete Adventures of the Mole Sisters.

domenica 18 marzo 2012

Come si cambia

In questi giorni varie cose mi hanno tenuta piuttosto lontana dal web: la mia bimba cammina da tutte le parti tenendosi ai mobili, per cui la devo seguire di più; la mia connessione è più o meno inesistente: la pennetta non funziona quasi mai e non riesco a caricare pagine, scrivere mail, post e commenti (oggi ha funzionato per poco e poi mi ha riabbandonato...tanto è vero che la prima stesura del post se ne è andata via con la connessione...); la primavera mi invita a stare fuori a godermi la luce ed il verde nascente; lavoro di battitura testi, faccende di casa e impegni universitari riempiono i buchi rimasti. Tuttavia questa settimana mi ha portato numerose riflessioni e tanti pensieri, a sprazzi, improvvisi, fluttuanti, per immagini, o per sensazioni, o per ricordi. Ho avuto modo di ripensare ad alcuni episodi della mia infanzia, ad altri momenti vissuti intensamente anche negli anni scorsi, a come sono cambiata, a come mi sono ritrovata, a come mi sono riscoperta. Sarà la primavera alle porte...
Ogni anno mi ritrovavo ad inizio primavera ad affrontare il medesimo problema o, meglio, stato d'animo: un profondo senso di inadeguatezza ed impreparazione al ritorno della primavera. Mi spiego: quando incominciavano ad intravedersi i segni del suo arrivo, con il verde e la luce che inondavano tutto, io mi sentivo felice e trepidante, ma quando mi ritrovavo improvvisamente immersa nel pieno dell'esplosione della primavera, venivo inondata da un profondo desiderio di rifugiarmi ancora nell'inverno, nella sua atmosfera di raccoglimento, nei suoi colori tenui e nella sua luce smorzata.
Quest'anno, invece, nonostante ancora non sia veramente arrivata la primavera, mi sento più preparata, più predisposta a lasciarmi permeare dalla sua luminosità, dai suoi colori brillanti, dalla sua vitalità.
Questi pensieri mi hanno portato a pensare a come sono cambiata da quando è nata la mia bambina e a come anche la mia visione del mondo e di me stessa è mutata. Un tempo non avrei mai fatto certi pensieri, perché mi sarei sentita patetica. Oggi, invece, ho cambiato opinione su varie cose. Mi sono inoltre resa conto che, se è vero che io le ho dato la vita, al tempo stesso mia figlia ha fatto a me dei doni. Regali che hanno trasformato il mio modo di vedere.
Questi sono, fra i tanti, i doni che la mia bambina mi ha regalato:
- la flessibilità
- l'indulgenza nei confronti degli altri e di me stessa
- un tocco di sana incoerenza
- la "lentezza"
- la capacità di non giudicare - o di pensare bene prima di giudicare - i comportamenti degli altri
- la consapevolezza che per essere felice mi bastano poche semplici cose
- una maggiore dose di ottimismo e di positività
- la possibilità di recuperare aspetti del mio carattere ed interessi profondi che avevo tralasciato
Da quando c'è la mia bambina, le mie priorità sono cambiate e alcune cose, cui un tempo attribuivo troppa importanza, sono state abbandonate per altre più autentiche e vere. Il mio modo di essere è divenuto più luminoso, più aperto e ricettivo.
Questa primavera nascente sarà per me la primavera della mia piccola, perché fra meno di un mese compirà il suo primo anno di vita. Sì, forse sono un po' patetica, ma una patetica felice.

Chiudo, ancora una volta, con un aforisma tratto da "Aforismi sulla radice degli ortaggi" (qui e qui), che racchiude il senso di alcuni dei doni di mia figlia:
"La terra lordata di escrementi è più fertile, un'acqua pura non sempre è ricca di pesci.
L'essere nobile, dunque, deve serbare in sé una qualche impurità anziché volersi distinguere per una purezza senza macchia."

lunedì 30 gennaio 2012

I Giorni della merla

Oggi siamo nel pieno dei cosiddetti Giorni della merla, i giorni più freddi dell'anno, ovvero 29, 30 e 31 gennaio. Ho saputo che dai miei genitori, che vivono in Piemonte, è nevicato molto. Qui ci limitiamo ad un vento più  freddo e ad un sole acceso, ma in effetti la temperatura è scesa, le previsioni dicono che scenderà ancora e che forse nevicherà finalmente anche qui.

Fin da piccola ho sentito mia nonna e mia mamma nominare i Giorni della merla ed ho un vago ricordo risalente alle elementari di qualche spiegazione sull'origine di questa tradizione. Nonostante questo avevo le idee confuse, così sono andata a fare qualche ricerca ed ho scoperto che esistono varie storie, leggermente differenti fra loro, per spiegare l'origine del nome dato a questi freddi giorni. Due sono le versioni più diffuse:
1) Nella prima versione, più semplice, una merla ed i suoi piccoli, in origine di colore bianco, per trovare rifugio al grande freddo degli ultimi giorni di gennaio si ripararono in un comignolo, per poi uscirne a febbraio scuriti dalla fuliggine. Questo sarebbe il motivo per cui da allora i merli sono neri (le merle in realtà hanno la livrea bruna).
2) La seconda versione è più complessa. Secondo questa storia, un tempo Gennaio aveva solo 28 giorni e si divertiva ad aspettare che la merla uscisse dal nido a cercare il cibo per i suoi piccoli, per scatenare il freddo e ricoprire il mondo di gelo e neve. La merla allora fece provviste per sopravvivere per tutto il mese ed il 28, credendo di essere riuscita in tal modo ad ingannare Gennaio, uscì dal nido per sbeffeggiarlo. Gennaio si offese a tal punto da convincere Febbraio a cedergli tre dei suoi giorni, durante i quali scatenò vento, pioggia e neve. La merla, per sopravvivere all'infuriare di Gennaio, si rifugiò con i suoi piccoli in un comignolo, dal quale, all'arrivo di Febbraio, uscirono tutti ricoperti di fuliggine. Da allora tutti i merli nascono con il piumaggio nero.
La mia ricerca è proseguita...
Qui ho trovato un pdf davvero carino sul tema. Basta iscriversi alla Newsletter per ricevere gratuitamente la fiaba. Inoltre il sito sembramolto interessante, anche se non ho avuto modo e tempo per approfondirne la conoscenza (ma lo farò...).
Si discostano dal tema dei Giorni della merla, per parlare però di merli bianchi, due libri: un libro di poesie e filastrocche per bambini dal titolo "Il merlo bianco" di Renzo Piccoli (Armando Editore), che potrebbe essere interessante e che magari cercherò in biblioteca, e "Io so volare" di Lucia Scuderi (Fatatrac).

In questo sito si trovano le due storie in versione molto dettagliata accompagnate da disegni molto belli e teneri (ne ho approfittato per leggerle alla mia piccolina perchè sono dei veri e propri racconti).
Qui, invece, ho trovato la storia accompagnata da dolcissimi pannelli realizzati anche con la tecnica del collage, che può essere di ispirazione per insegnare ai piccoli questa tradizione in modo divertente e creativo. Per questo tipo di lavoretti dovrò aspettare che la mia bimba cresca un po'...
Infine, qui ho trovato un'altra cosa molto originale: l'autrice ha realizzato un pezzo di tetto con il comignolo e i protagonisti della storia per raccontarla ai suoi bambini! Bellissimo! Che voglia di fare e creare che trasmettono questi lavori...
In realtà oggi non fa troppo freddo e, a parte il vento, potrei uscire a passeggiare con la piccola, ma tutti questi racconti di gelo e neve mi fanno venire voglia di starmene in casa al calduccio...

domenica 15 gennaio 2012

Libri di neve

Sull'onda del mio post precedente, sono andata a fare una piccola ricerca sui libri che contengono nel loro titolo la parola "neve". Ne è uscita una lunga lista, comprendente anche libri per bambini, in cui ho scoperto alcuni testi che mi sono sembrati interessanti e che, in futuro, vorrei comprare, sia per me, che per la mia bambina.
Tra i libri per bambini, ne ho trovati alcuni molto carini di Nicoletta Costa. Ad esempio:

- L'albero Giovanni e la neve (Emme Edizioni)
- La nuvola Olga e la neve (Emme Edizioni)
- La nuvola Olga e il pupazzo di neve (Emme Edizioni)
- Giulio Coniglio e la neve (Franco Cosimo Panini)
Inoltre una serie di una poetessa, Vivian Lamarque, che non conoscevo:
- Fiaba di neve (Casa Editrice Castalia)
- Poesie di ghiaccio (Einaudi Ragazzi)
- Tre storie di neve (Fabbri)
Sempre di Vivian Lamarque insieme a Sonia M.L. Possentini ho trovato quest'altro libro che mi ispira parecchio:
- Nel bianco (La Margherita Edizioni)

Inoltre, tra i preziosi consigli sui Libri per l'inverno (bellissima l'idea dei libri per bambini divisi in base alle stagioni) di Acasaconlamamma, un blog che seguo da poco e che mi piace davvero molto, ho trovato questi altri due libri:
- Giorno di neve di Komako Sakai (Babalibri Edizioni)
- La bambina di neve di Nathaniel Hawtorne (Topipittori Edizioni)


Ancora per i più piccoli:
- Nella neve con il papà di Ana Martin Larranaga (Mondadori)
- Neve di Grégoire Solotareff e Olga Lacaye (Babalibri)
- Palle di neve di Dubravka Kolanovic (Emme Edizioni)
- L'omino di neve di Giovanni Caviezel (Gribaudo)

Per i bambini più grandi (anche se forse non ha molto senso discriminare troppo per fasce d'età):
- La magia della neve di Phyllis Theroux (Sperling & Kupfer)
In realtà ce ne sarebbero anche altri, ma questi mi sono sembrati i più interessanti.
Infine tra i moltissimi titoli per gli adulti (tra i quali già conoscevo e amavo Sentieri sotto la neve e Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern):
- La bambina di neve di Eown Ewey (Einaudi)
- La prigione di neve di Jan Elizabeth Watson (Fazi Editore)
- Palle di neve di Radames Trotta (24 ore cultura)
Quest'ultimo non è un romanzo, ma una panoramica storica sulle palle di neve, contenente anche indicazioni pratiche per realizzarle. Un argomento curioso, insomma. Spesso le palle di neve possono sembrare un po' kitsch, eppure ritengo che alcune siano affascinanti. Dipende, ovviamente, da come sono realizzate e dal soggetto che racchiudono all'interno.
Ricordo che da piccola mi ammaliavano. Mi immaginavo racchiudessero mondi immaginari e fantastici. Complice forse una scena di Mary Poppins? Può darsi... O mi ricordo male? In ogni caso, curiosando nel web ho scoperto la loro origine e la loro storia, cosa che prima non conoscevo affatto.
Adesso la piccola ha finito la sua autonomia e vuole la mamma, quindi ne parlerò prossimamente...


venerdì 13 gennaio 2012

Il mio senso per la neve

Mi domandavo come iniziare questo mio blog, con la preoccupazione di riuscire a scrivere qualcosa di interessante. In questi giorni, infatti, sto curiosando tra moltissimi blog bellissimi ed incredibilmente pieni di idee originali, al punto da farmi sentire piccola piccola e quasi insignificante.
Poi ho pensato che non dovevo scrivere per forza qualcosa di interessante per gli altri. Non è questa la ragione per cui ho deciso di iniziare a tenere questa specie di diario di bordo. Ho deciso di farlo per me stessa e, pertanto, oggi scrivo del mio senso per la neve, espressione che riprendo da un libro che ho letto e che non mi è piaciuto, "Il senso di Smilla per la neve" di Peter Hoeg, se non per il titolo e per ciò che esso sta a significare.

Questa notte ho sognato che era caduta la neve e che, al risveglio, in quell'atmosfera sospesa che precede l'alba, tutto era diventato bianco e silenzioso.
Purtroppo dove vivo ora la neve non cade quasi mai. E' un evento raro che porta scompiglio nelle strade per un po', per poi scomparire velocemente.
Immancabilmente ogni inverno mi ritrovo a sentire una profonda nostalgia per la neve (pur ricordando i disagi che comportava nel luogo dove abitavo in passato), un bisogno fisico di vederla e toccarla.
Ricordo che al risveglio, al mattino, mi accorgevo subito se durante la notte era nevicato: si avvertiva un silenzio irreale, i pochi suoni erano ovattati, lontani. Il mondo sembrava fermarsi, sospendersi. Il cielo assumeva un colore peculiare, il colore del cielo da neve. Da quel colore, dall'odore che si respirava, dalla temperatura e dall'atmosfera che pervadeva l'aria, si capiva quando stava per nevicare.
Mio padre diceva che se si guarda verso il cielo mentre nevica, si ha l'impressione di volare. Nella mia mente ancora volo fra i fiocchi di neve che scendono e che ricoprono i miei ricordi.
Pupazzi di neve enormi per una bambina, in cui si scavava un piccolo tunnel per passarci dentro; i sacchetti di plastica usati come slittini per scendere giù dalle colline innevate; la neve che cadeva a mezzanotte nella notte di Natale; le impronte delle zampette dei passeri appena accennate tra il bianco; il sapore indefinibile ma buonissimo della neve fresca; tirarsi le palle di neve ridendo e cadendo a terra, bagnati ed infreddoliti del freddo particolare che dà la neve quando inzuppa i vestiti; le briciole di pane lasciate per gli uccellini da mia mamma su un vassoio di plastica posato sul terrazzo; mio nonno che raccoglie la neve in una vasca per portarmela in casa una volta in cui ero malata e non potevo uscire; le colline e le montagne innevate che sembravano ancora più distanti ed irraggiungibili, perdute in un mondo di fiaba che viveva nella mia fantasia.
Questo e molto altro mi sovviene alla mente in questo giorno ed ogni volta che la nostalgia della neve mi prende, mi ricordo di un dipinto di Pieter Bruegel del 1565, "Cacciatori nella neve".
Io credo che il silenzio che si respira in questo dipinto, il freddo pungente che traspare dai suoi colori e le lontanze fumose ed indistinte del paesaggio che raffigura, incarnino in qualche modo il mio senso per la neve, il mio archetipo dell'invermo.