Da sempre, anche quando ancora non pensavo concretamente alla maternità, nella mia testa frullava il desiderio di una figlia. Forse per l'attrazione esercitata su di me dalle saghe familiari in cui le donne sono grandi protagoniste, come "La casa degli spiriti", ed in contrasto con una lieve misoginia che non mi ha mai portato ad avere durature amicizie femminili, il pensiero di una figlia è esploso quando sono rimasta incinta. Quando ho saputo che era femmina, ho provato una gioia immensa.
Ma cosa vuol dire oggi crescere una figlia? La faccenda è complicata. Essere donna è complicato, forse più adesso che in passato, perchè adesso, in teoria, puoi scegliere come vuoi essere. Dico in teoria, perchè in realtà i binari tracciati sono infiniti e basta guardarsi intorno per scoprirlo.
Ho sempre pensato che uomo e donna siano caratterizzati da diversità da valorizzare per potersi completare a vicenda. Ingenuamente, desiderando una figlia femmina, non mi ero mai fermata a riflettere sugli stereotipi di genere con i quali avrebbe dovuto scontrarsi inevitabilmente e dai quali la complessità e peculiarità dell'universo femminile ne escono impoverite in maniera avvilente.
Ammetto che è piacevole talvolta vestirla in modo grazioso e comprare per lei qualcosa di sfizioso da indossare. Eppure non voglio che lei finisca per essere la mia bambola da vestire e preferisco accumularle nell'armadio libri che le darò quando sarà cresciuta. A breve la mia bambina compirà due anni. Con il papà abbiamo pensato ad un regalo per lei, che è sempre in movimento, che ama camminare ed esplorare, ma anche calciare il pallone. Il risultato della consultazione è stato una bicicletta, adatta alla sua età ovviamente.
La bicicletta. Nella mia infanzia quest'oggetto è il simbolo di una libertà sconfinata, di lunghe corse solitarie in cui mi sembrava di avere tutto il mondo tra le mani.
Felice di questa scelta, mi sono messa alla ricerca. Forse nel posto sbagliato. E' stato piuttosto sconfortante girare tra gli scaffali dei giocattoli. Un reparto bambina che esplodeva davanti agli occhi per il rosa accecante che caratterizzava ogni cosa. Passando ho notato la cucina giocattolo, un set comprensivo di ferro da stiro e lavatrice che una bambina dal sorriso smagliante indicava dalla confezione, l'asse da stiro, il set da the e così via. Poi il reparto bambino, con macchine, piste per le macchine, set da meccanico, stazione dei pompieri, ecc.
Ora, non che io voglia escludere a priori che mia figlia si possa divertire con una cucina giocattolo o un ferro da stiro, perchè cadrei nell'errore opposto, ma non vedo perchè un bambino non si possa divertire altrettanto con i suddetti giocattoli.
Pochi giorni fa mi è capitato di sentire dire che un camioncino non era adatto per la mia bimba, ma lei si è divertita ugualmente a farlo andare avanti e indietro, così come si diverte a cullare e a dare la pappa ai suoi pupazzi. I bambini non hanno il pregiudizio. Siamo noi ad insinuarlo nella loro mente.
Certe volte penso che per mia figlia forse vorrei un nido come Egalia, un asilo svedese in cui i giochi sono uguali per maschi e femmine (qui qualche informazione su questo approccio sperimentale) e si usano pronomi neutri per tutti.
Recentemente mi è capitato di leggere questo articolo in cui che riflette su quanto sia difficile oggi crescere una ragazza. Qui si parla anche di alcuni "parenting guru", tra i quali Steve Biddulph (autore di Raising Girls), una sorta di versione angloaustraliana del nostrano Paolo Crepet, che condanna inevitabilmente "la melassa della pin ki fication, ovvero il corredo di abitini ro sa,
bambole rosa, ca merette rosa e giocattoli da massaia in erba che spesso
accompagna una bim ba. [...]
l'abbiglia men to da non-spor care-o-sciupare, l'edu ca zione prudente e
conformista, la pre sun ta accoglienza femminile (bambine troppo buone
saranno donne colpevo liz zate, lente a liberarsi dei partner
sbagliati), i romanzi e i film dove il lie to fine coin cide con un
ma trimonio..." (frasi tratte dall'articolo citato). Eppure si mettono in evidenza anche le infinite possibilità che oggi le giovani donne hanno rispetto al passato, le mille sfaccettature della femminilità che possono finalmente incarnare.
La conclusione è che il rischio, il pericolo peggiore in questo ampio spettro di possibilità, è, come sempre, il consumismo. "Ne deriva che le ra gazzine di oggi siano prede magari informate ma ubbidienti, lucide ma zeppe di bi sogni in dotti."
Il mondo delle donne. Quante riflessioni ne possono scaturire e difficilmente si riesce ad affrontare l'argomento senza cadere nella banalità, come sempre succede, ad esempio, nel giorno della Festa della donna. Io ho sempre un rapporto contrastato con l'universo femminile a cui appartengo, ma mi rendo conto che ciò che me lo fa guardare con distacco e diffidenza e quasi con un senso di non appartenenza, è spesso il prodotto di uno stratificarsi di stereotipi, che sono molto distanti da quella che sarebbe in realtà l'intima natura femminile.
In occasione dell'8 marzo sono usciti questi articoli (qui e qui), in cui si parla di una lingua segreta, conosciuta solo dalle donne in Cina, il Nushu, l'unica lingua di genere al mondo, "il dialetto delle confidenze", creata da un gruppo di donne dello Hunan nel 1600 per raccontare segretamente la loro vita di sofferenze. Recentemente è stato riscoperto ed è divenuto, come accade di consueto con questo tipo di cose, un fenomeno di moda e di costume, raffinato e d'élite, per il quale fioriscono manuali ed eventi. Ed ecco il consumismo che si riaffaccia e che sgretola la profondità delle cose.
Non è facile, oggi, crescere una figlia. E quello che forse le dovrei regalare per il suo compleanno non è neppure una bicicletta, ma occhi per guardare davvero il mondo, per coglierne la bellezza e la complessità e per saper scegliere liberamente come agire in esso.
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giovedì 14 marzo 2013
Avere una figlia oggi
venerdì 25 gennaio 2013
Time and Weather: a whole year round
Ieri, in questo post, ringraziavo (e torno a fare i miei ringraziamenti anche oggi) Cì (IlMondodiCì), Simonetta (LaSolitaMamma) e Monica (UnconventionalMom) per i consigli ed i suggerimenti che mi hanno dato relativamente ad alcuni libri in lingua inglese che dovrò usare per un progetto per bambini di IV della scuola primaria. Cì mi ha inoltre suggerito di partecipare al Venerdì del Libro di oggi condividendo proprio i titoli dei libri che sono stati raccolti.

I temi attorno a cui ruotano i libri che mi sono stati suggeriti e quelli che avevo trovato in precedenza riguardano il time, quindi ore, parti della giornata, giorni della settimana, mesi, stagioni, ed il weather, per cui il tempo atmosferico nelle varie stagioni, ma anche i frutti, i fiori, le piante che si possono trovare nei vari momenti dell'anno e quindi il ciclo vitale delle piante. Infine anche festività e tradizioni anglosassoni.Mi sono stati indicati anche nursery rhymes, informazioni varie e video.
Intanto ecco i libri:
- Around the Year di Elsa Beskow
- Mother Earth and Her Children di Sybille Von Olfers
- Morning, Noon an Night di Jean Craighead George
- Listen, Listen di Phillis Gershator- A Tree for All Seasons di R. Bernard
- The Jacket I Wear in the Snow di Shirley Neitzel
- New Treetops di Sarah Howell e Lisa Kester-Dogson
E poi...grande protagonista...Eric Carle con:- The Tiny Seed
- Today is Monday
- The Very Hungry Caterpillar
- The Bad-Temperated Ladybird
Se qualcuno avesse altri suggerimenti, li accetto molto volentieri!!! Come ho già scritto ieri, mi sono stati accorciati moltissimo i tempi di consegna del materiale, per cui sono ancora alla ricerca di testi in lingua originale sull'argomento, in particolare sulle festività e le tradizioni anglosassoni.Devo veramente dire grazie alla solidarietà della rete per le informazioni che sono riuscita a raccogliere.
Purtroppo oggi non riesco, per mancanza di tempo e di forze (sono ancora influenzata e senza voce), a descrivere ogni singolo libro. Spero quindi di poterlo fare nei prossimi giorni.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro.
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domenica 28 ottobre 2012
L'amico immaginario
E' una giornata di nuvole e vento. Ho il naso che gocciola e doloretti dappertutto. L'asilo ha colpito anche me. Ho resistito tenacemente fino ad oggi, mentre mia figlia ed il mio compagno erano posseduti da svariati virus influenzali. Alla fine non ce l'ho fatta. Però ci ho sperato fino all'ultimo. Ieri sera, dopo essere riuscita a mettere a letto la mia bimba, caricato la lavastoviglie e dato due crackers ormai invecchiati a Moony, il mio cane femmina, per consolarla del maltempo che infuriava fuori, sono riuscita finalmente a mettermi a letto per finire le ultime pagine di un romanzo che mi è stato prestato e consigliato qualche giorno fa da mia suocera, "L'amico immaginario" di Matthew Dicks.
E' un libro che è capitato al momento giusto, alla ripresa del II semestre di lezioni della specializzazione per il sostegno, perchè è una storia raccontata da Budo, l'amico immaginario di Max, un bambino autistico. Mia suocera mi aveva detto che si leggeva tutto d'un fiato. Io non ne ero molto convinta, perchè solitamente i romanzi che escono di recente non mi appassionano molto, ma, dal momento che i nostri gusti in fatto di libri sono molto simili, le ho dato fiducia ed ho iniziato a leggerlo.
Si legge davvero in pochissimo tempo, perchè la storia è scritta in modo scorrevole, avvincente ed è umanissima. Mi ha felicemente sorpreso. Non voglio raccontare nulla della trama, prima di tutto per non togliere la sorpresa a chi ha intenzione di leggerlo e poi perchè penso che già il fatto che sia una storia raccontata da un amico immaginario sia già sufficiente per destare curiosità.
Mi ha ricordato per alcuni versi "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte" di Mark Haddon, che avevo letto qualche tempo fa. Ultimamente escono vari romanzi che provano a rappresentare la realtà a noi sconosciuta delle persone autistiche, spesso con il rischio di metterne in luce solo gli aspetti più eccezionali e sensazionalistici, dimenticandone la quotidianità, il vissuto doloroso e difficile delle famiglie, le difficoltà che si incontrano nell'impatto con l'ambiente sociale.
Il libro di Dicks è un romanzo, certo, ma mi è sembrato anche capace di tratteggiare quest'altra parte della realtà. Matthew Dicks è un insegnante americano (da qualche parte ho letto che è insegnante di sostegno, ma non sono riuscita ad appurarlo con certezza) e questo spiega il suo modo di descrivere la scuola, che - si capisce da come scrive - è espressione di una visione "dal di dentro". Ho scoperto che Dicks ha un suo sito ed un suo blog e che su Flickr vi sono le foto sue, di sua moglie, dei suoi figli. E questo me lo ha reso più vicino, reale, meno, insomma, "immaginario".
Dal momemto che si parla di amici immaginari è stato inevitabile pensare al mio, anzi alla mia amica immaginaria, vissuta per poco tempo, non ricordo neppure quanti anni fa di preciso. Ne rammento l'aspetto, perchè era stato preso direttamente da un episodio di uno dei miei cartoni animati preferiti, L'incantevole Creamy. Era una fata, o forse un fantasma, ed io l'avevo chiamata Vergine - non so proprio perchè - e avevo immaginato vivesse nella torre medievale del mio paese. Ricordo che un giorno ne parlai a mia nonna, indicandole la torre che si vedeva dal terrazzo di casa sua. Lei sorrise e mi chiese: "Ma tu sai cosa vuol dire vergine?". Non ho memoria della mia risposta e forse è meglio così...
Voglio annotare qui qualche frase, giusto per ricordarla:
"Ci sono due tipi di maestre al mondo. quelle che fanno finta di insegnare e quelle che insegnano davvero. e la signorina Daggerty e la signora Sera e soprattutto la signora Gosk appartengono al secondo tipo. Loro parlano ai bambini con unavoce normale, e dicono le stesse cose che direbbero a casa loro. Hanno la bacheca sempre piena di fogli e la cattedra un po' in disordine e i libri sparsi qua e là, ma i bambini le adorano perchè parlano di cose vere con la loro vera voce, e dicono sempre la verità. e' per questo che Max adora la signora Gosk. Lei non fa mai finta di essere una maestra. Lei è se stessa e basta, e questo permette a Max di rilassarsi un po'. Non c'è niente di cui aver paura con lei.
... Le maestre che fingono di insegnare non riescono a tenere a bada i bambini. Preferiscono quelli che se ne stanno seduti al loro posto e ascoltano con attenzione e non tirano mai gli elastici ai compagni. Vorrebbero che tutti i bambini e le bambine fossero com'erano loro ai tempi della scuola, ordinati e carini e perfetti. Le maaestre che fanno finta di insegnare non sanno cosa fare con i bambini come Max o Tommy Swinden ... Loro non capiscono i bambini come Max perchè preferirebbero insegnare a delle bambole piuttosto che a dei bambini veri. Usano le bacchette e i registri e le pagelle per tenere a bada gli alunni, ma nessuna di queste cose funziona davvero.
La ignora Gosk e la signorina Daggery e la signora Sera, invece, vogliono bene ai bambini come Max e Annie, e perfino a Tommy Swinden. Ti fanno proprio venire voglia di comportarti bene, e non hanno paura di dire ai bambini che stanno rompendo le scatole."
"- ... Nessuno tratta Max come un bambino normale, ma tutti vorebbero che fosse un bambino normale, invece di essere se stesso. E nonostante questo, Max continua ad alzarsi lo stesso tutte le mattine e ad andare a scuola e al parco e pure alla fermata del bus. -
- Per questo dici che è coraggioso? - chiede Oswald.
- Il più coraggioso di tutti - rispondo io."
E' un libro che è capitato al momento giusto, alla ripresa del II semestre di lezioni della specializzazione per il sostegno, perchè è una storia raccontata da Budo, l'amico immaginario di Max, un bambino autistico. Mia suocera mi aveva detto che si leggeva tutto d'un fiato. Io non ne ero molto convinta, perchè solitamente i romanzi che escono di recente non mi appassionano molto, ma, dal momento che i nostri gusti in fatto di libri sono molto simili, le ho dato fiducia ed ho iniziato a leggerlo.Si legge davvero in pochissimo tempo, perchè la storia è scritta in modo scorrevole, avvincente ed è umanissima. Mi ha felicemente sorpreso. Non voglio raccontare nulla della trama, prima di tutto per non togliere la sorpresa a chi ha intenzione di leggerlo e poi perchè penso che già il fatto che sia una storia raccontata da un amico immaginario sia già sufficiente per destare curiosità.
Mi ha ricordato per alcuni versi "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte" di Mark Haddon, che avevo letto qualche tempo fa. Ultimamente escono vari romanzi che provano a rappresentare la realtà a noi sconosciuta delle persone autistiche, spesso con il rischio di metterne in luce solo gli aspetti più eccezionali e sensazionalistici, dimenticandone la quotidianità, il vissuto doloroso e difficile delle famiglie, le difficoltà che si incontrano nell'impatto con l'ambiente sociale.
Il libro di Dicks è un romanzo, certo, ma mi è sembrato anche capace di tratteggiare quest'altra parte della realtà. Matthew Dicks è un insegnante americano (da qualche parte ho letto che è insegnante di sostegno, ma non sono riuscita ad appurarlo con certezza) e questo spiega il suo modo di descrivere la scuola, che - si capisce da come scrive - è espressione di una visione "dal di dentro". Ho scoperto che Dicks ha un suo sito ed un suo blog e che su Flickr vi sono le foto sue, di sua moglie, dei suoi figli. E questo me lo ha reso più vicino, reale, meno, insomma, "immaginario".
Dal momemto che si parla di amici immaginari è stato inevitabile pensare al mio, anzi alla mia amica immaginaria, vissuta per poco tempo, non ricordo neppure quanti anni fa di preciso. Ne rammento l'aspetto, perchè era stato preso direttamente da un episodio di uno dei miei cartoni animati preferiti, L'incantevole Creamy. Era una fata, o forse un fantasma, ed io l'avevo chiamata Vergine - non so proprio perchè - e avevo immaginato vivesse nella torre medievale del mio paese. Ricordo che un giorno ne parlai a mia nonna, indicandole la torre che si vedeva dal terrazzo di casa sua. Lei sorrise e mi chiese: "Ma tu sai cosa vuol dire vergine?". Non ho memoria della mia risposta e forse è meglio così...
Voglio annotare qui qualche frase, giusto per ricordarla:
"Ci sono due tipi di maestre al mondo. quelle che fanno finta di insegnare e quelle che insegnano davvero. e la signorina Daggerty e la signora Sera e soprattutto la signora Gosk appartengono al secondo tipo. Loro parlano ai bambini con unavoce normale, e dicono le stesse cose che direbbero a casa loro. Hanno la bacheca sempre piena di fogli e la cattedra un po' in disordine e i libri sparsi qua e là, ma i bambini le adorano perchè parlano di cose vere con la loro vera voce, e dicono sempre la verità. e' per questo che Max adora la signora Gosk. Lei non fa mai finta di essere una maestra. Lei è se stessa e basta, e questo permette a Max di rilassarsi un po'. Non c'è niente di cui aver paura con lei.
... Le maestre che fingono di insegnare non riescono a tenere a bada i bambini. Preferiscono quelli che se ne stanno seduti al loro posto e ascoltano con attenzione e non tirano mai gli elastici ai compagni. Vorrebbero che tutti i bambini e le bambine fossero com'erano loro ai tempi della scuola, ordinati e carini e perfetti. Le maaestre che fanno finta di insegnare non sanno cosa fare con i bambini come Max o Tommy Swinden ... Loro non capiscono i bambini come Max perchè preferirebbero insegnare a delle bambole piuttosto che a dei bambini veri. Usano le bacchette e i registri e le pagelle per tenere a bada gli alunni, ma nessuna di queste cose funziona davvero.
La ignora Gosk e la signorina Daggery e la signora Sera, invece, vogliono bene ai bambini come Max e Annie, e perfino a Tommy Swinden. Ti fanno proprio venire voglia di comportarti bene, e non hanno paura di dire ai bambini che stanno rompendo le scatole."
"- ... Nessuno tratta Max come un bambino normale, ma tutti vorebbero che fosse un bambino normale, invece di essere se stesso. E nonostante questo, Max continua ad alzarsi lo stesso tutte le mattine e ad andare a scuola e al parco e pure alla fermata del bus. -
- Per questo dici che è coraggioso? - chiede Oswald.
- Il più coraggioso di tutti - rispondo io."
mercoledì 29 agosto 2012
Worry Dolls
In questi giorni il mio umore continua a fare le bizze e ronza come un'ape impazzita, sbattendo di qua e di là... Dopo la settimana dai miei non mi sono riuscita più ad attivare come avrei voluto (e come avevo pensato di essermi sufficientemente programmata) ed in queste giornate mi dibatto tra lo studio e le cose da fare ritrovandomi raramente soddisfatta del bilancio a fine giornata.
Lunedì sono riuscita a fare la mia prima sortita volante da NaturaSì e mi sono imbattuta, accanto alla cassa, in una vaschetta di ovetti di cioccolata con sorpresa equosolidali. Mi è piaciuta subito l'idea. Mi sono immaginata con la mia bimba fra qualche anno, mentre lo scarta e trova una sorpresa diversa, fatta a mano, non le solite cosette di plastica degli ovetti Kinder eho pensato che nel frattempo potevo scartarlo io. Ne ho scelto uno e l'ho aperto solo alla sera. Il cioccolato era purtroppo vecchio e ricoperto di una triste patina biancastra. Ho aperto la sorpresa, quella piccola capsula semitrasparente. Dentro una piccola figuretta colorata. Ammetto di averla guardata con perplessità. Le altre sorprese raffigurate nell'espositore mi erano apparse migliori, ovviamente. L'ho presa in mano e poi ho letto il foglietto che l'accompagnava. Ecco cosa c'era scritto:
'C'è una leggenda in Guatemala: quando le persone di origine Maya hanno delle preoccupazioni, le raccontano alle "bamboline scomparipaura (la traduzione che hanno fatto lascia un po' a desiderare...) che vengono poi messe sotto il cuscino prima di dormire. Al momento del risveglio al mattino le "bamboline scomparipaura" hanno fatto fuggire ogni timore. Se hai qualche preoccupazione confidala alle "bamboline scomparipaura" e loro ti aiuteranno!'
Mio fratello avrebbe detto che era una celestinata (da La profezia di Celestino di James Redfield), una coincidenza che non è una coincidenza. Anche se non ha senso, sembra proprio che la bambolina sia perfetta per questo mio momento, in cui sono di nuovo piena di incertezza e di piccole stupide preoccupazioni. Adesso è sotto il mio cuscino. Magari sarà una cosa ridicola, ma mi piace pensare che questa bambolina venuta da lontano possa raccogliere i miei pensieri, cullarli, dissolverli, come solo le bambole sanno fare con i crucci dei bambini.
Cercando su internet, mi ha colpito scoprire che le Worry Dolls sono usate anche in alcuni centri medici che curano bambini malati o nelle scuole per i bambini che hanno problemi di apprendimento e di comportamento. Tutto questo, se penso al mio futuro come insegnante di sostegno, mi appare come un segno che è arrivato al momento giusto (ed uno spunto da usare nel mio lavoro).
La mia Worry Doll riposa sotto il mio cuscino...
Lunedì sono riuscita a fare la mia prima sortita volante da NaturaSì e mi sono imbattuta, accanto alla cassa, in una vaschetta di ovetti di cioccolata con sorpresa equosolidali. Mi è piaciuta subito l'idea. Mi sono immaginata con la mia bimba fra qualche anno, mentre lo scarta e trova una sorpresa diversa, fatta a mano, non le solite cosette di plastica degli ovetti Kinder eho pensato che nel frattempo potevo scartarlo io. Ne ho scelto uno e l'ho aperto solo alla sera. Il cioccolato era purtroppo vecchio e ricoperto di una triste patina biancastra. Ho aperto la sorpresa, quella piccola capsula semitrasparente. Dentro una piccola figuretta colorata. Ammetto di averla guardata con perplessità. Le altre sorprese raffigurate nell'espositore mi erano apparse migliori, ovviamente. L'ho presa in mano e poi ho letto il foglietto che l'accompagnava. Ecco cosa c'era scritto:
'C'è una leggenda in Guatemala: quando le persone di origine Maya hanno delle preoccupazioni, le raccontano alle "bamboline scomparipaura (la traduzione che hanno fatto lascia un po' a desiderare...) che vengono poi messe sotto il cuscino prima di dormire. Al momento del risveglio al mattino le "bamboline scomparipaura" hanno fatto fuggire ogni timore. Se hai qualche preoccupazione confidala alle "bamboline scomparipaura" e loro ti aiuteranno!'
Mio fratello avrebbe detto che era una celestinata (da La profezia di Celestino di James Redfield), una coincidenza che non è una coincidenza. Anche se non ha senso, sembra proprio che la bambolina sia perfetta per questo mio momento, in cui sono di nuovo piena di incertezza e di piccole stupide preoccupazioni. Adesso è sotto il mio cuscino. Magari sarà una cosa ridicola, ma mi piace pensare che questa bambolina venuta da lontano possa raccogliere i miei pensieri, cullarli, dissolverli, come solo le bambole sanno fare con i crucci dei bambini.
Cercando su internet, mi ha colpito scoprire che le Worry Dolls sono usate anche in alcuni centri medici che curano bambini malati o nelle scuole per i bambini che hanno problemi di apprendimento e di comportamento. Tutto questo, se penso al mio futuro come insegnante di sostegno, mi appare come un segno che è arrivato al momento giusto (ed uno spunto da usare nel mio lavoro).
La mia Worry Doll riposa sotto il mio cuscino...
PS: Cercando qualcosa a proposito delle Worry Dolls, ho trovato un libro per bambini molto interessante, che ho già messo nella mia lista dei desideri: A Kid's Guide to Latino History: More than 50 Activities di Valerie Petrillo, un testo che propone varie attività, giochi e lavoretti manuali da fare con materiali di recupero per conoscere la cultura e la storia dei paesi del Sud America. Qui il link a Google libri per vederne un estratto. Tra le attività rientra anche quella dedicata alla creazione, semplicissima, delle Worry Dolls.
mercoledì 4 aprile 2012
Giornata Internazionale del lavoro invisibile
Ieri, 3 aprile, è stata la Giornata Internazionale del lavoro invisibile. Non si tratta del lavoro nero, ma del lavoro svolto in casa a favore della famiglia, prevalentemente dalle donne, e che non rientra nel limitato e fuorviante calcolo del Pil.
L'iniziativa è nata nove anni fa (o dodici, non sono riuscita ad appurarlo con certezza) in Canada e viene celebrata il primo martedì del mese di aprile.
L'ho scoperta per caso e avrei voluto parlarne ieri, ma non ci sono riuscita anche a causa dei dentini che stanno spuntando alla mia bambina e che l'hanno fatta piangere ed essere agitata per gran parte del giorno.
Qui e qui si trovano alcune informazioni sulle iniziative promosse per la giornata dal Moica (Movimento italiano casalinghe), in particolare dalla sezione delle Marche, che ad Osimo ha contribuito a realizzare una mostra cine-fotografica dal titolo "Dietro la porta chiusa", aperta fino al 6 aprile.
Perchè mi sono interessata a questa giornata? Non solo perchè in questo periodo mi ritrovo ad essere principalmente una casalinga (pur continuando a fare lavori di battitura testi e a studiare per tornare ad insegnare), ma anche perchè è giunto il momento per me di fare i conti proprio con questa parola - CASALINGA -, che per anni è stata la fonte di tante paure ed ansie e per riattribuirle un nuovo valore. Mi spiego meglio e, per farlo, devo un po' uscire allo scoperto.
Mia madre è casalinga ed io, pur volendole molto bene, col tempo ho attribuito al suo essere casalinga tutta una serie di pensieri ed atteggiamenti in cui non mi riconoscevo e che non avrei mai voluto avere. Niente di male, certo, ma il problema è che per me l'idea di diventare una casalinga con il passare degli anni era diventato un incubo. Nei miei anni di precariato, in cui, come ho scritto altrove, mi sono ritrovata a svolgere lavori che avevano a che fare con l'educazione, il pensiero fisso era di trovare un lavoro stabile per non dover essere casalinga. In quest'ottica il pensiero di un figlio era per me qualcosa di impensabile, perchè lo vedevo come la fine di ogni possibile lavoro, inconciliabile con la realizzazione professionale. Nel momento in cui una vocina dentro di me aveva iniziato a dirmi che forse era il momento di avere un figlio (il famoso orologio biologico), razionalmente io ho affermato fortemente che non era assolutamente il momento per averlo, fino a quando anche la mia mente ha dovuto cedere a quello che desiderava il mio cuore. Tanto è vero che molti conoscenti si sono stupiti di sapere che avevamo deciso di avere un bambino.
Durante la gravidanza sono stata ancora a lungo vessata da quel pensiero e solo nell'ultimissimo periodo sono riuscita a godermi il fatto di stare a casa (poco prima che scattasse la maternità obbligatoria, minacce di parto prematuro mi hanno costretta a rimanere a casa da scuola dove lavoravo per una supplenza).
Poi è nata la mia bambina. Sono seguiti mesi caotici, strani, bellissimi e faticosi. In questi mesi piano piano quel pensiero fisso si è affievolito ed è passato. Ho riscoperto il valore che si cela dietro l'accudimento della propria casa e della propria famiglia e sono stata felice di avere avuto la fortuna di permettermi di rimanere a casa grazie al lavoro del mio compagno.
Tutto questo mi ha portato a riflettere sulla posizione della donna e sul lavoro. E' stato calcolato che il lavoro invisibile produce, in maniera virtuale, un terzo del Pil italiano ed il Moica richiede che venga inserito nel calcolo del Pil.
Complice - credo - la lettura dei testi di Latouche sulla decrescita, io non sono d'accordo con il Moica. O, meglio, non sono d'accordo sul Pil, che viene considerato generalmente indice del benessere, ma che è in realtà commisurato al nostro consumo di merci e che calcola la nostra felicità attraverso il valore monetario. Esiste un altro indice, in uso dal 1995, il Gpi (Genuine Progress Indictor), che tiene conto anche del lavoro domestico e del volontariato in termini monetari. Non so se questo sia sufficiente a prendere in oconsiderazione il lavoro domestico, ma non credo.
Sta di fatto che il lavoro che si svolge per la casa e per la famiglia non viene considerato un lavoro perchè non produce. E' così che il mondo in cui viviamo ci costringe a concepirlo e a ciò siamo abituati fin da piccoli.
Una donna che lavora sembra avere più valore di una che sta solo a casa.
Oggi come oggi desidero comunque tornare a lavorare ed ho scelto di seguire quella che penso sia la mia strada - anche se ancora lunga -, quella dell'insegnamento, che spero mi permetterà anche di stare un po' con mia figlia. Al tempo stesso ho fatto pace con me stessa e con la parola "casalinga", riscoprendone il valore e l'estrema ricchezza.
La decisione ed il cambiamento rispetto al lavoro sono arrivati proprio con la mia bambina. Stavo cercando lavoro ed al tempo stesso mi stavo preparando per il test di ammissione al corso di laurea per l'insegnamento. Inaspettatamente un colloquio era andato bene e dovevo iniziare a lavorare in una gioielleria. Ho saputo però di essere incinta ed ero felicissima di esserci riuscita così velocemente. Non me la sono sentita di non dire nulla al mio futuro datore di lavoro e così, prima della firma del contratto, per onestà gliel'ho detto, dichiarandomi comunque disponibile a lavorare. Ovviamente sono stata ringraziata e del contratto non se n'è fatto più nulla. Sono contenta così. Contenta di essere stata onesta - per alcuni sciocca - e contenta perchè, oltre ad avere la mia bambina, ho potuto fare il test ed incominciare questo nuovo percorso di studio per tornare ad insegnare.
Chiudo con un nitido ricordo della mia infanzia. Quando frequentavo la scuola materna, mia madre mi veniva sempre a prendere per l'ora di pranzo. Ricordo perfettamente lo sguardo triste e un po' invidioso di coloro che dovevano rimanere ancora perchè le loro madri erano al lavoro e la mia gioia che scoppiava in petto all'idea che io invece potevo andare a casa con la mia mamma, facendomi sentire fortunata e privilegiata, oltre che provare pena per i compagni rimasti a guardarmi mentre mi allontanavo.
Spero di raggiungere una giusta via di mezzo con mia figlia.
L'iniziativa è nata nove anni fa (o dodici, non sono riuscita ad appurarlo con certezza) in Canada e viene celebrata il primo martedì del mese di aprile.
L'ho scoperta per caso e avrei voluto parlarne ieri, ma non ci sono riuscita anche a causa dei dentini che stanno spuntando alla mia bambina e che l'hanno fatta piangere ed essere agitata per gran parte del giorno.Qui e qui si trovano alcune informazioni sulle iniziative promosse per la giornata dal Moica (Movimento italiano casalinghe), in particolare dalla sezione delle Marche, che ad Osimo ha contribuito a realizzare una mostra cine-fotografica dal titolo "Dietro la porta chiusa", aperta fino al 6 aprile.
Perchè mi sono interessata a questa giornata? Non solo perchè in questo periodo mi ritrovo ad essere principalmente una casalinga (pur continuando a fare lavori di battitura testi e a studiare per tornare ad insegnare), ma anche perchè è giunto il momento per me di fare i conti proprio con questa parola - CASALINGA -, che per anni è stata la fonte di tante paure ed ansie e per riattribuirle un nuovo valore. Mi spiego meglio e, per farlo, devo un po' uscire allo scoperto.
Mia madre è casalinga ed io, pur volendole molto bene, col tempo ho attribuito al suo essere casalinga tutta una serie di pensieri ed atteggiamenti in cui non mi riconoscevo e che non avrei mai voluto avere. Niente di male, certo, ma il problema è che per me l'idea di diventare una casalinga con il passare degli anni era diventato un incubo. Nei miei anni di precariato, in cui, come ho scritto altrove, mi sono ritrovata a svolgere lavori che avevano a che fare con l'educazione, il pensiero fisso era di trovare un lavoro stabile per non dover essere casalinga. In quest'ottica il pensiero di un figlio era per me qualcosa di impensabile, perchè lo vedevo come la fine di ogni possibile lavoro, inconciliabile con la realizzazione professionale. Nel momento in cui una vocina dentro di me aveva iniziato a dirmi che forse era il momento di avere un figlio (il famoso orologio biologico), razionalmente io ho affermato fortemente che non era assolutamente il momento per averlo, fino a quando anche la mia mente ha dovuto cedere a quello che desiderava il mio cuore. Tanto è vero che molti conoscenti si sono stupiti di sapere che avevamo deciso di avere un bambino.
Durante la gravidanza sono stata ancora a lungo vessata da quel pensiero e solo nell'ultimissimo periodo sono riuscita a godermi il fatto di stare a casa (poco prima che scattasse la maternità obbligatoria, minacce di parto prematuro mi hanno costretta a rimanere a casa da scuola dove lavoravo per una supplenza).
Poi è nata la mia bambina. Sono seguiti mesi caotici, strani, bellissimi e faticosi. In questi mesi piano piano quel pensiero fisso si è affievolito ed è passato. Ho riscoperto il valore che si cela dietro l'accudimento della propria casa e della propria famiglia e sono stata felice di avere avuto la fortuna di permettermi di rimanere a casa grazie al lavoro del mio compagno.
Tutto questo mi ha portato a riflettere sulla posizione della donna e sul lavoro. E' stato calcolato che il lavoro invisibile produce, in maniera virtuale, un terzo del Pil italiano ed il Moica richiede che venga inserito nel calcolo del Pil.
Complice - credo - la lettura dei testi di Latouche sulla decrescita, io non sono d'accordo con il Moica. O, meglio, non sono d'accordo sul Pil, che viene considerato generalmente indice del benessere, ma che è in realtà commisurato al nostro consumo di merci e che calcola la nostra felicità attraverso il valore monetario. Esiste un altro indice, in uso dal 1995, il Gpi (Genuine Progress Indictor), che tiene conto anche del lavoro domestico e del volontariato in termini monetari. Non so se questo sia sufficiente a prendere in oconsiderazione il lavoro domestico, ma non credo.
Sta di fatto che il lavoro che si svolge per la casa e per la famiglia non viene considerato un lavoro perchè non produce. E' così che il mondo in cui viviamo ci costringe a concepirlo e a ciò siamo abituati fin da piccoli.
Una donna che lavora sembra avere più valore di una che sta solo a casa.
Oggi come oggi desidero comunque tornare a lavorare ed ho scelto di seguire quella che penso sia la mia strada - anche se ancora lunga -, quella dell'insegnamento, che spero mi permetterà anche di stare un po' con mia figlia. Al tempo stesso ho fatto pace con me stessa e con la parola "casalinga", riscoprendone il valore e l'estrema ricchezza.
La decisione ed il cambiamento rispetto al lavoro sono arrivati proprio con la mia bambina. Stavo cercando lavoro ed al tempo stesso mi stavo preparando per il test di ammissione al corso di laurea per l'insegnamento. Inaspettatamente un colloquio era andato bene e dovevo iniziare a lavorare in una gioielleria. Ho saputo però di essere incinta ed ero felicissima di esserci riuscita così velocemente. Non me la sono sentita di non dire nulla al mio futuro datore di lavoro e così, prima della firma del contratto, per onestà gliel'ho detto, dichiarandomi comunque disponibile a lavorare. Ovviamente sono stata ringraziata e del contratto non se n'è fatto più nulla. Sono contenta così. Contenta di essere stata onesta - per alcuni sciocca - e contenta perchè, oltre ad avere la mia bambina, ho potuto fare il test ed incominciare questo nuovo percorso di studio per tornare ad insegnare.
Chiudo con un nitido ricordo della mia infanzia. Quando frequentavo la scuola materna, mia madre mi veniva sempre a prendere per l'ora di pranzo. Ricordo perfettamente lo sguardo triste e un po' invidioso di coloro che dovevano rimanere ancora perchè le loro madri erano al lavoro e la mia gioia che scoppiava in petto all'idea che io invece potevo andare a casa con la mia mamma, facendomi sentire fortunata e privilegiata, oltre che provare pena per i compagni rimasti a guardarmi mentre mi allontanavo.
Spero di raggiungere una giusta via di mezzo con mia figlia.
domenica 1 aprile 2012
Il tempo dei bambini
Dopo aver trascorso alcuni giorni al mare, dove ho rivisto dopo quasi tre anni mio fratello, mia cognata e mia nipote, e dopo aver osservato mia figlia e ia nipote giocare sulla spiaggia, ho deciso di riportare alcune riflessioni che galleggiavano nella mia mente da un po'.
Girovagando tra blog e siti di mamme ed insegnanti, in questi ultimi mesi ho avuto modo di vedere tanti bellissimi e fantasiosi lavori creativi da fare con i bambini. Stimolanti, colorati, utili, capaci di sviluppare competenze ed abilità manuali e non. Insomma, tante volte mi sono ritrovata a pensare a quando anch'io potrò coinvolgere la mia piccola in qualcosa del genere, perchè penso siano esperienze che arricchiscano entrambe e che lascino il segno. Ma... C'è un ma. Riflettevo sul tempo dei bambini. Nel mondo occidentale di oggi il tempo dei bambini è ridotto, compresso, serrato in ritmi, orari, attività. Scuola, inglese, danza, calcio, ripetizioni, ecc. Lo spazio ed il tempo lasciato al gioco libero, spontaneo del bambino è logorato sempre più da una scansione che diviene simile a quella delle giornate frenetiche degli adulti. Questo modello di vita, fatto di una corsa tra un impegno e l'altro, ha ormai permeato anche l'infanzia. La vita dei bambini è stata adultizzata ed il loro tempo "libero" è spesso libero solo a parole.
Non vorrei un tempo così per mia figlia, così come non lo vorrei per me. Ovviamente le attività ed i lavoretti da fare con i bambini rientrano in un altro modo di condividere il tempo con i propri figli, tuttavia penso che non si debba "abusare" neppure di questo tempo.
Credo sia bello e formativo anche lasciare ai bambini il proprio tempo, la libertà di scegliere di oziare e come oziare, perché a volte l'ozio, inteso in senso positivo, penso possa essere creativo e aprire la mente.
A tal proposito ho avuto modo di leggere il contributo di Milena Gammaitoni ad una conferenza sul tema del rapporto fra infanzia e società, nel quale parla brevemente della figura di Lou Andreas Salomè, scrittrice, musa ispiratrice di Nietzche e di Rilke, allieva e collaboratrice di Freud, con riferimento particolare ai suoi ricordi d'infanzia ed alle sue riflessioni in proposito.
Mi sono piaciute in particolare queste parole: " La creatività, la fantasia del bambino, spiega Salomè, non si maturano solo nell'azione, nel conseguire un risultato immediato e materiale, pratico, bensì nel diritto alla contemplazione, alla solitudine, all'elaborazione fantasiosa della propria identità, ciò che viene spesso negato da genitori, insegnanti, da tutti coloro che hanno un compito di socializzazione, di protezione e controllo del bambino. Lo si nega perché questo è un lavoro che non appare fisicamente, e in una civiltà sempre più materialistica, il lavorio solitario e la creatività fantasiosa, catartica, anche oziosa, non possono essere apprezzate, né concepite." (Tratto da "Per un'idea di bambini", a cura di M. D'Amato, Armando Editore, Roma, 2008)
Mi sono ritrovata pienamente in queste riflessioni e ho avuto modo di ripensare anche alla mia infanzia. Nella mia mente si sono impressi in maniera indelebile alcuni lavoretti fatti con mio nonno materno, per esempio le statuine di creta plasmate con la terra trovata nell'orto o la raffigurazionesu un foglio di carta di un orologio fatto con filo colorato, perline e colla. Le statuine di creta, in particolare, sono divenute nel tempo uno dei simboli della mia infanzia e, anche se so perfettamente che il tempo le ha distrutte rapidamente, è come se esse fossero ancora lì dove le ho lasciate, in un luogo fuori dal tempo. Questo mi fa capire l'importanza di questi momenti di creazione che avvicinano adulti e bambini, il significato che possono assumere agli occhi di un bambino, la loro preziosità nella formazione della personalità.
Al tempo stesso, però, ricordo anche i lunghi momenti in cui potevo giocare, sognare, correre liberamente, senza nessuno che decidesse per me come passare il mio tempo. In quei frangenti pensavo tanto, immaginavo, plasmavo inconsapevolmente il mio io futuro sui miei sogni.
Ben vengano allora i lavoretti con mia figlia quando sarà più grande, ma senza dimenticare di lasciarla anche libera di sognare, di fare e di essere ciò che le permetterà di sentirsi davvero se stessa.
Girovagando tra blog e siti di mamme ed insegnanti, in questi ultimi mesi ho avuto modo di vedere tanti bellissimi e fantasiosi lavori creativi da fare con i bambini. Stimolanti, colorati, utili, capaci di sviluppare competenze ed abilità manuali e non. Insomma, tante volte mi sono ritrovata a pensare a quando anch'io potrò coinvolgere la mia piccola in qualcosa del genere, perchè penso siano esperienze che arricchiscano entrambe e che lascino il segno. Ma... C'è un ma. Riflettevo sul tempo dei bambini. Nel mondo occidentale di oggi il tempo dei bambini è ridotto, compresso, serrato in ritmi, orari, attività. Scuola, inglese, danza, calcio, ripetizioni, ecc. Lo spazio ed il tempo lasciato al gioco libero, spontaneo del bambino è logorato sempre più da una scansione che diviene simile a quella delle giornate frenetiche degli adulti. Questo modello di vita, fatto di una corsa tra un impegno e l'altro, ha ormai permeato anche l'infanzia. La vita dei bambini è stata adultizzata ed il loro tempo "libero" è spesso libero solo a parole.
Non vorrei un tempo così per mia figlia, così come non lo vorrei per me. Ovviamente le attività ed i lavoretti da fare con i bambini rientrano in un altro modo di condividere il tempo con i propri figli, tuttavia penso che non si debba "abusare" neppure di questo tempo.
Credo sia bello e formativo anche lasciare ai bambini il proprio tempo, la libertà di scegliere di oziare e come oziare, perché a volte l'ozio, inteso in senso positivo, penso possa essere creativo e aprire la mente.
A tal proposito ho avuto modo di leggere il contributo di Milena Gammaitoni ad una conferenza sul tema del rapporto fra infanzia e società, nel quale parla brevemente della figura di Lou Andreas Salomè, scrittrice, musa ispiratrice di Nietzche e di Rilke, allieva e collaboratrice di Freud, con riferimento particolare ai suoi ricordi d'infanzia ed alle sue riflessioni in proposito.Mi sono piaciute in particolare queste parole: " La creatività, la fantasia del bambino, spiega Salomè, non si maturano solo nell'azione, nel conseguire un risultato immediato e materiale, pratico, bensì nel diritto alla contemplazione, alla solitudine, all'elaborazione fantasiosa della propria identità, ciò che viene spesso negato da genitori, insegnanti, da tutti coloro che hanno un compito di socializzazione, di protezione e controllo del bambino. Lo si nega perché questo è un lavoro che non appare fisicamente, e in una civiltà sempre più materialistica, il lavorio solitario e la creatività fantasiosa, catartica, anche oziosa, non possono essere apprezzate, né concepite." (Tratto da "Per un'idea di bambini", a cura di M. D'Amato, Armando Editore, Roma, 2008)
Mi sono ritrovata pienamente in queste riflessioni e ho avuto modo di ripensare anche alla mia infanzia. Nella mia mente si sono impressi in maniera indelebile alcuni lavoretti fatti con mio nonno materno, per esempio le statuine di creta plasmate con la terra trovata nell'orto o la raffigurazionesu un foglio di carta di un orologio fatto con filo colorato, perline e colla. Le statuine di creta, in particolare, sono divenute nel tempo uno dei simboli della mia infanzia e, anche se so perfettamente che il tempo le ha distrutte rapidamente, è come se esse fossero ancora lì dove le ho lasciate, in un luogo fuori dal tempo. Questo mi fa capire l'importanza di questi momenti di creazione che avvicinano adulti e bambini, il significato che possono assumere agli occhi di un bambino, la loro preziosità nella formazione della personalità.
Al tempo stesso, però, ricordo anche i lunghi momenti in cui potevo giocare, sognare, correre liberamente, senza nessuno che decidesse per me come passare il mio tempo. In quei frangenti pensavo tanto, immaginavo, plasmavo inconsapevolmente il mio io futuro sui miei sogni.
Ben vengano allora i lavoretti con mia figlia quando sarà più grande, ma senza dimenticare di lasciarla anche libera di sognare, di fare e di essere ciò che le permetterà di sentirsi davvero se stessa.
venerdì 17 febbraio 2012
Siamo quello che leggiamo
Ricordo che durante il liceo, una mattina, un professore o una professoressa - ho cancellato i dettagli di quel momento - chiese ad ogni alunno della classe di dire a cosa non avremmo mai rinunciato nella nostra vita.
Quando fu il mio turno, sensa esitare, con il trasporto che forse solo da adolescenti si riesce ad avere, risposi: "Leggere e scrivere".
A distanza di anni, sebbene la domanda postami dall'insegnante si presti ad essere considerata sotto diversi punti di vista e gradi di profondità, posso ancora dire che a queste due attività non rinuncerei mai. Il punto è: perchè?
Oggi come allora la risposta che posso dare a questa domanda è che attraverso la lettura e la scrittura io conosco me stessa ed il mondo, posso diventare un'altra persona e viverne la vita, posso conoscere cose che non potrò mai sperimentare e vedere luoghi che non vedrò mai. Posso quindi vivere la vita in maniera più piena e ricca, conoscendone ed approfondendone diversità e sfumature.
Fatta questa premessa, arrivo al libro che ho appena finito di leggere: "Siamo quello che leggiamo" di Aidan Chambers (EquiLibri). Il titolo già dice molto del suo contenuto.
Chambers è uno scrittore, ma non solo. E' stato editor, insegnante, critico letterario e tutto il suo lavoro si è mosso in una direzione precisa: formare genitori, insegnanti, bibliotecari, affinché fossero in grado di aiutare i bambini ed i ragazzi ad amare i libri.
Il testo, diviso in tre parti, è una raccolta di saggi, raggruppati in maniera armoniosa, in cui Chambers spiega che la lettura della letteratura è il cuore dell'educazione e che attraverso la lettura ognuno di noi esplora, ricrea e ricerca il significato dell'esperienza umana.
Per spiegarci l'importanza che la lettura ha per la formazione dei bambini e dei ragazzi, l'autore, nella prima sezione, parte dalla propria esperienza personale di bambino definito "lento" dagli insegnanti, che fino a 9 anni non è stato in grado di leggere realmente e che poi, improvvisamente, ha scoperto per caso la magia della lettura, divenendo poi un lettore ed infine uno scrittore.
Nella seconda parte Chambers spiega che bisogna capire perchè la letteratura è così importante per noi stessi per essere sicuri del motivo per cui si ritiene fondamentale che bambini e ragazzi si appassionino alla lettura. In uno dei saggi che compongono questa sezione, l'autore mostra che gli ultimi sviluppi delle neuroscienze hanno ampiamente dimostrato l'importanza della lettura precoce ai bambini per il loro sviluppo mentale e psicologico.
La terza parte è quella più pratica: Chambers fornisce un prontuario fatto di interrogativi attraverso cui noi stessi possiamo interrogarci sulle nostre letture ed al tempo stesso utilizzarli per una conversazione sui libri con bambini e ragazzi, per fare in modo che le loro scelte siano più consapevoli e le nostre proposte rivolte a loro più efficaci.
Altri due saggi compongono l'ultima sezione: uno, dal titolo "il lettore dentro il libro", ci svela il modo in cui anche il lettore partecipa alla costruzione della storia narrata ed il modo in cui un autore può avvicinarsi ed entrare in sintonia con il suo lettore ideale; l'altro, invece, - interessantissimo - riguarda i principali cambiamenti avvenuti nel XX secolo ed il modo in cui questi hanno trasformato e stanno trasformando la letteratura in generale e quella per ragazzi in particolare.
Chambers ci dice che "La lingua è il dio che ci crea" e con le sue parole ci mostra come i libri e la lettura agiscano su bambini e ragazzi.
Ho trovato questo libro estremamente interessante e mi rammarico di averlo avuto in prestito, tanto che medito di comprarlo per rileggerlo nuovamente in futuro. Il tema della lettura in generale e quello della lettura a/per i bambini in particolare mi sta molto a cuore e questa riflessione, fatta in un linguaggio semplice ed accattivante e di ampio respiro, mi ha colpito molto. Non contiene rivelazioni, ma aiuta a focalizzare i punti essenziali dell'argomento e a trovare un modo per far appassionare alla lettura i bambini ed i ragazzi che abbia basi proprio in quello che bambini e ragazzi sono e pensano.
Un aspetto mi è piacuto particolarmente e mi ha fatto apprezzare di più il libro: dalle parole dell'autore traspare la sua autentica passione per la lettura e la scrittura, ma ancor di più quella che ha animato tutta la sua vita di scrittore ed insegnante, ovvero far appassionare ai libri le giovani generazioni.
Sono mille le cose che vorrei dire su questo testo, ma così toglierei il piacere di scoprirle da sé a chi magari deciderà di leggerlo.
PS: Ho scritto queste righe velocemente, subito dopo aver finito di leggere voracemente il libro, e quindi, probabilmente, non sono riuscita a rendere in maniera organica tutti gli aspetti che lo caratterizzano e che me lo hanno fatto apprezzare.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro.
Quando fu il mio turno, sensa esitare, con il trasporto che forse solo da adolescenti si riesce ad avere, risposi: "Leggere e scrivere".
A distanza di anni, sebbene la domanda postami dall'insegnante si presti ad essere considerata sotto diversi punti di vista e gradi di profondità, posso ancora dire che a queste due attività non rinuncerei mai. Il punto è: perchè?
Oggi come allora la risposta che posso dare a questa domanda è che attraverso la lettura e la scrittura io conosco me stessa ed il mondo, posso diventare un'altra persona e viverne la vita, posso conoscere cose che non potrò mai sperimentare e vedere luoghi che non vedrò mai. Posso quindi vivere la vita in maniera più piena e ricca, conoscendone ed approfondendone diversità e sfumature.
Fatta questa premessa, arrivo al libro che ho appena finito di leggere: "Siamo quello che leggiamo" di Aidan Chambers (EquiLibri). Il titolo già dice molto del suo contenuto.
Chambers è uno scrittore, ma non solo. E' stato editor, insegnante, critico letterario e tutto il suo lavoro si è mosso in una direzione precisa: formare genitori, insegnanti, bibliotecari, affinché fossero in grado di aiutare i bambini ed i ragazzi ad amare i libri.
Il testo, diviso in tre parti, è una raccolta di saggi, raggruppati in maniera armoniosa, in cui Chambers spiega che la lettura della letteratura è il cuore dell'educazione e che attraverso la lettura ognuno di noi esplora, ricrea e ricerca il significato dell'esperienza umana.
Per spiegarci l'importanza che la lettura ha per la formazione dei bambini e dei ragazzi, l'autore, nella prima sezione, parte dalla propria esperienza personale di bambino definito "lento" dagli insegnanti, che fino a 9 anni non è stato in grado di leggere realmente e che poi, improvvisamente, ha scoperto per caso la magia della lettura, divenendo poi un lettore ed infine uno scrittore.
Nella seconda parte Chambers spiega che bisogna capire perchè la letteratura è così importante per noi stessi per essere sicuri del motivo per cui si ritiene fondamentale che bambini e ragazzi si appassionino alla lettura. In uno dei saggi che compongono questa sezione, l'autore mostra che gli ultimi sviluppi delle neuroscienze hanno ampiamente dimostrato l'importanza della lettura precoce ai bambini per il loro sviluppo mentale e psicologico.
La terza parte è quella più pratica: Chambers fornisce un prontuario fatto di interrogativi attraverso cui noi stessi possiamo interrogarci sulle nostre letture ed al tempo stesso utilizzarli per una conversazione sui libri con bambini e ragazzi, per fare in modo che le loro scelte siano più consapevoli e le nostre proposte rivolte a loro più efficaci.
Altri due saggi compongono l'ultima sezione: uno, dal titolo "il lettore dentro il libro", ci svela il modo in cui anche il lettore partecipa alla costruzione della storia narrata ed il modo in cui un autore può avvicinarsi ed entrare in sintonia con il suo lettore ideale; l'altro, invece, - interessantissimo - riguarda i principali cambiamenti avvenuti nel XX secolo ed il modo in cui questi hanno trasformato e stanno trasformando la letteratura in generale e quella per ragazzi in particolare.
Chambers ci dice che "La lingua è il dio che ci crea" e con le sue parole ci mostra come i libri e la lettura agiscano su bambini e ragazzi.
Ho trovato questo libro estremamente interessante e mi rammarico di averlo avuto in prestito, tanto che medito di comprarlo per rileggerlo nuovamente in futuro. Il tema della lettura in generale e quello della lettura a/per i bambini in particolare mi sta molto a cuore e questa riflessione, fatta in un linguaggio semplice ed accattivante e di ampio respiro, mi ha colpito molto. Non contiene rivelazioni, ma aiuta a focalizzare i punti essenziali dell'argomento e a trovare un modo per far appassionare alla lettura i bambini ed i ragazzi che abbia basi proprio in quello che bambini e ragazzi sono e pensano.
Un aspetto mi è piacuto particolarmente e mi ha fatto apprezzare di più il libro: dalle parole dell'autore traspare la sua autentica passione per la lettura e la scrittura, ma ancor di più quella che ha animato tutta la sua vita di scrittore ed insegnante, ovvero far appassionare ai libri le giovani generazioni.
Sono mille le cose che vorrei dire su questo testo, ma così toglierei il piacere di scoprirle da sé a chi magari deciderà di leggerlo.
PS: Ho scritto queste righe velocemente, subito dopo aver finito di leggere voracemente il libro, e quindi, probabilmente, non sono riuscita a rendere in maniera organica tutti gli aspetti che lo caratterizzano e che me lo hanno fatto apprezzare.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro.
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giovedì 19 gennaio 2012
Paesaggi sonori
Dopo una laurea ed un master ed alcuni anni di lavoro, mi ritrovo nuovamente a studiare all'università nella speranza di poter un giorno rendere un po' più stabile il lavoro che mi piacerebbe poter fare in maniera fissa, ovvero l'insegnante.
Mi sono quindi ritrovata tra le mani un piccolo testo che non conoscevo e che mi ha affascinata: Educazione al suono di R. Murray Schafer (Ricordi).
E' un volumetto di poco più di 50 pagine in cui l'autore propone 100 esercizi, alcuni da fare da soli, altri in gruppo, per insegnare ed imparare ad ascoltare meglio. Questi esercizi mi sono piaciuti moltissimo, sia perchè sono divertenti e stimolanti, sia perchè aiutano a riflettere sul significato e l'importanza che ciascuno di noi attribuisce ai suoni ed ai rumori.
Mi ha colpito la definizione che l'autore dà dell'ambiente acustico, di tutti i suoni che sentiamo in un determinato luogo ed in un determinato momento, denominandolo paesaggio sonoro (ne parla in dettaglio in un altro libro, Il paesaggio sonoro - sempre per Ricordi): con due semplici parole si dischiudono infinite possibilità, perchè il mondo è pieno di paesaggi sonori diversi, variegati, che mutano in continuazione e non sono mai uguali a se stessi, in cui ognuno di noi è immerso e a cui ciascuno contribuisce più o meno consapevolmente.
Quest'idea si unisce ad una riflessione sul desiderio di rumore, di confusione, che caratterizza sempre più la nostra moderna società, in cui si fugge dal silenzio, quasi fosse qualcosa di imbarazzante, triste, angoscioso.
Io amo molto il silenzio, anche se al tempo stesso mi piace molto chiacchierare ed ascoltare la musica. Eppure un vero silenzio pare non esistere, se solo si fa attenzione anche ai più piccoli rumori che ci circondano, al nostro respiro, al battito del nostro cuore, al fruscio dei nostri vestiti.
Credo sia davvero stimolante provare a sperimentare con bambini e ragazzi gli esercizi suggeriti da Murray Schafer. Li può aiutare ad avere una maggiore consapevolezza del proprio essere nel mondo, a prestare maggiore attenzione alle piccole cose, ad osservare anche con l'udito e non solo con la vista, ad essere più riflessivi. Il tutto con una buona dose di divertimento.
Provo intanto ad elencare i suoni che sento in questo momento, il mio paesaggio sonoro di questo istante: il ticchettio delle mie dita sulla tastiera, il mio respiro un po' faticoso per il raffreddore, il respiro lento e tranquillo della mia piccola che dorme sul divano accanto a me, il ronzio della caldaia che riscalda casa, il cane dei vicini che abbaia, il mio cane che gli risponde, qualche uccellino che cinguetta in giardino.
Qui ho trovato anche un sito che potrebbe diventare interessante, ma che mi è parso ancora in gran parte in fase di realizzazione (l'intenzione sembra essere quella di creare un archivio dei paesaggi sonori italiani), magari da tenere d'occhio in futuro.
Cercando qua e là nel web, ho scoperto anche che esiste una tecnica compositiva, chiamata soundscape composition, basata proprio sul concetto di paesaggio sonoro.
Un po' di spunti che mi piacerebbe approfondire in futuro...
Nel frattempo mi limiterò ogni tanto a riportare in questo mio spazio alcuni dei paesaggi sonori in cui mi capiterà di immergermi, per non dimenticarli.
E magari un giorno qualcuno leggerà questo post e mi scriverà qualcosa a proposito del suo paesaggio sonoro...
Mi sono quindi ritrovata tra le mani un piccolo testo che non conoscevo e che mi ha affascinata: Educazione al suono di R. Murray Schafer (Ricordi).
E' un volumetto di poco più di 50 pagine in cui l'autore propone 100 esercizi, alcuni da fare da soli, altri in gruppo, per insegnare ed imparare ad ascoltare meglio. Questi esercizi mi sono piaciuti moltissimo, sia perchè sono divertenti e stimolanti, sia perchè aiutano a riflettere sul significato e l'importanza che ciascuno di noi attribuisce ai suoni ed ai rumori.
Mi ha colpito la definizione che l'autore dà dell'ambiente acustico, di tutti i suoni che sentiamo in un determinato luogo ed in un determinato momento, denominandolo paesaggio sonoro (ne parla in dettaglio in un altro libro, Il paesaggio sonoro - sempre per Ricordi): con due semplici parole si dischiudono infinite possibilità, perchè il mondo è pieno di paesaggi sonori diversi, variegati, che mutano in continuazione e non sono mai uguali a se stessi, in cui ognuno di noi è immerso e a cui ciascuno contribuisce più o meno consapevolmente.
Quest'idea si unisce ad una riflessione sul desiderio di rumore, di confusione, che caratterizza sempre più la nostra moderna società, in cui si fugge dal silenzio, quasi fosse qualcosa di imbarazzante, triste, angoscioso.Io amo molto il silenzio, anche se al tempo stesso mi piace molto chiacchierare ed ascoltare la musica. Eppure un vero silenzio pare non esistere, se solo si fa attenzione anche ai più piccoli rumori che ci circondano, al nostro respiro, al battito del nostro cuore, al fruscio dei nostri vestiti.
Credo sia davvero stimolante provare a sperimentare con bambini e ragazzi gli esercizi suggeriti da Murray Schafer. Li può aiutare ad avere una maggiore consapevolezza del proprio essere nel mondo, a prestare maggiore attenzione alle piccole cose, ad osservare anche con l'udito e non solo con la vista, ad essere più riflessivi. Il tutto con una buona dose di divertimento.
Provo intanto ad elencare i suoni che sento in questo momento, il mio paesaggio sonoro di questo istante: il ticchettio delle mie dita sulla tastiera, il mio respiro un po' faticoso per il raffreddore, il respiro lento e tranquillo della mia piccola che dorme sul divano accanto a me, il ronzio della caldaia che riscalda casa, il cane dei vicini che abbaia, il mio cane che gli risponde, qualche uccellino che cinguetta in giardino.
Qui ho trovato anche un sito che potrebbe diventare interessante, ma che mi è parso ancora in gran parte in fase di realizzazione (l'intenzione sembra essere quella di creare un archivio dei paesaggi sonori italiani), magari da tenere d'occhio in futuro.
Cercando qua e là nel web, ho scoperto anche che esiste una tecnica compositiva, chiamata soundscape composition, basata proprio sul concetto di paesaggio sonoro.
Un po' di spunti che mi piacerebbe approfondire in futuro...
Nel frattempo mi limiterò ogni tanto a riportare in questo mio spazio alcuni dei paesaggi sonori in cui mi capiterà di immergermi, per non dimenticarli.
E magari un giorno qualcuno leggerà questo post e mi scriverà qualcosa a proposito del suo paesaggio sonoro...
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