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venerdì 5 aprile 2013

Viaggi ai confini del mondo

Qualche giorno fa, precisamente il 2 aprile, mi è capitato di rimanere affascinata dal Google Doodle del giorno ed ho così scoperto che era dedicato al 366° compleanno di Anna Maria Sybilla Merian, una naturalista e pittrice tedesca vissuta tra il XVII ed il XVIII secolo. Ho cercato quindi in rete qualche notizia in più su di lei, venendo a sapere che questa donna ha dedicato la sua vita allo studio ed alla rappresentazione degli insetti ed in particolar modo alla trasformazione dei bruchi in farfalle, realizzando numerosissime tavole e pubblicando anche volumi quale "La meravigliosa metamorfosi dei bruchi e il loro singolare nutrirsi di fiori", in cui illustrava gli stadi di sviluppo di 176 specie di farfalle e dei fiori di cui si nutrono. Contrariamente a tutto quanto si poteva immaginare per le convenzioni dell'epoca, nel 1699 partì con la figlia alla volta del Suriname e vi restò per due anni, dipingendo, disegnando ed approfondendo la conoscenza di fiori, frutti, piante, insetti ed animali del luogo e da tale mole di lavoro ne scaturì poi "La metamorfosi degli insetti del Suriname". (Qui, qui e qui alcuni articoli con qualche notizia in più su Anna Maria Sybilla Merian). Come non rimanere ammaliati da tale vita coraggiosa ed avventurosa e così dedita ad una grande passione? Mi hanno sempre ispirato le storie dei viaggi di esplorazione verso terre lontane, quando il mondo era ancora in parte sconosciuto e non esisteva Google Earth a farci illudere di poter conoscere ogni angolo della Terra.
E ancor più esercitano su di me attrazione le storie di quelle donne che hanno preso parte, sebbene in misura minore rispetto all'universo maschile, alle scoperte geografiche e scientifiche di terre ai confini del mondo conosciuto di allora. L'avventura viene sempre vista come una prerogativa maschile, come, molto spesso, l'indagine scientifica, lo spirito di osservazione acuto e meticoloso che ha fatto conoscere specie esotiche di piante ed animali misteriosi. Così non è. E lo spirito di avventura e di ricerca e la sete di conoscenza fanno parte dell'essere umano e non del solo genere maschile. Dovrebbe essere cosa ovvia, ma spesso purtroppo non lo è e soprattutto non lo è stato in passato.
Tutte queste notizie mi hanno riportato alla mente due libri, uno che ho letto un po' di tempo fa e l'altro che ancora attende le mie attenzioni. Il primo è "Un giorno saprai" di Jennifer Vanderbes (di cui mi aveva attirato molto la copertina), un romanzo costruito su due trame parallele che si svolgono una nel 1912 e l'altra sessant'anni dopo nell'Isola di Pasqua .
Nel 1912 Elsa Pendleton sposa un antropologo più anziano di lei e parte con sua sorella, una ragazza autistica, per seguire il marito in una spedizione della Royal Geographic Society per studiare i maoi, le grandi teste dell'Isola di Pasqua. Sessant'anni dopo, invece, un'altra donna, una biologa americana, giunge sull'isola per verificare una strana teoria sulla rovina e distruzione dei maoi. Non ricordo nei dettagli questo libro, ma so che mi era piaciuto molto e che mi aveva appassionato per le sue atmosfere e per l'introspezione psicologica dei personaggi.
L'altro libro è "La moglie del cartografo" di Robert Whitaker, che è, invece, una storia vera, un episodio storico dimenticato che narra di una grande avventura e di una grande storia d'amore. Nel 1735 l'Accademia delle scienze francese organizzò una spedizione in Sud America per riuscire ad accertare, attraverso complicate misurazioni, che forma avesse la Terra, ovvero se fosse schiacciata ai poli o all'equatore.
Terminata l'avventurosa missione, uno dei componenti, che in Perù aveva sposato la tredicenne Isabel, pensò di ricongiungersi con la moglie e di portarla con sé in Francia, ma, a causa di complicazioni politiche sorte in quelle terre, i due non riuscirono ad incontrarsi ed Isabel organizzò una sua spedizione per raggiungerlo. Attraversando la foresta amazzonica morirono quasi tutti i suoi compagni di viaggio ed anche lei si salvò quasi per miracolo. Il libro è la ricostruzione di quanto avvenuto, realizzata dall'autore attraverso documenti dell'epoca, resoconti e verbali della spedizione. E' una storia che mi intriga e adesso mi è finalmente venuta voglia di prenderla tra le mani e di dedicarvi la giusta attenzione.
Per approfondire il tema delle esploratrici e viaggiatrici del passato, ho scoperto, inoltre, che esiste un testo di Luisa Rossi, "L'altra mappa. Esploratrici, viaggiatrici, geografe", che parla proprio di donne che tra Cinquecento e Novecento hanno compiuto esplorazioni e viaggi in terre lontane. Di sicuro deve essere interessantissimo.
In questa umida ed uggiosa giornata di primavera, ho buon materiale per sognare farfalle giganti, fiori multicolori, giungle lussureggianti e misteriose, lunghe traversate in mare per giungere a terre di sogno...
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro.



lunedì 1 aprile 2013

Talee di Saintpaulia

Sono cresciuta in una famiglia che ha sempre amato le piante. Fin da piccola, quindi, trapiantare, seminare, innaffiare, fare talee, sono state il mio pane quotidiano. Mia nonna aveva il pollice verde. Da qualunque pezzetto di pianta, lei riusciva a farne nascere altre. Sia mia nonna che mia mamma spesso prendevano in giro parti di pianta o le scambiavano con amiche e conoscenti e, dopo aver trascorso un periodo nel classico vasetto d'acqua ed aver radicato, le nuove piantine venivano messe a dimora. Mi  capitava, quando ero più piccola, di trovarmi davanti a persone che non sapevano, ad esempio, come travasare una pianta e ne rimanevo ogni volta stupita, come se fosse normale saperlo, perchè per me lo era. Ho poi scoperto che la mia era una fortuna. Ero stata fortunata ad avere una famiglia così e ad essere cresciuta nell'orto di mio nonno. La passione per le piante e per la loro propagazione è quindi rimasta e si è accresciuta con il tempo. Il mistero della rigenerazione e della germinazione mi attraggono in maniera irresistibile.
Venerdì sera, mentre era in braccio al papà, la mia bimba ha per sbaglio urtato contro il vaso della mia Saintpaulia, rompendone alcune foglie. La Saintpaulia è la pianta comunemente conosciuta come Violetta africana. Spesso la si trova in vendita anche nei supermercati ed è una tipica pianta da interno dai fiori simili, appunto, a quelli della viola. Ho guardato quelle foglie recise e ho pensato che avrei potuto farne delle talee, per non sprecarle. Inoltre la cosa mi sembrava in perfetta sintonia con l'atmosfera pasquale e la natura che dà segni di rinascita ovunque intorno a noi. Le mie talee erano una specie di benvenuto alla primavera.
Sabato mattina, mentre ancora tutti dormivano, ho preso terra, vaso e foglie e ho fatto le mie talee. Ecco come si fa.
La Saintpaulia si propaga attraverso talee dell'intera foglia, comprensiva di picciolo. Delle tre che si erano strappate, infatti, una era in realtà da scartare perchè priva appunto del picciolo, ma ci ho provato comunque, non si sa mai... Sono talee facili da fare e, a differenza di quelle di altri tipi di piante, si possono fare durante tutto l'anno.
Si prende la foglia con il picciolo lungo 2-3 cm, recidendola con una lama affilata per avere un taglio netto (io infatti l'ho ritagliata proprio perchè risultava spezzata in maniera irregolare) e la si inserisce in un vasetto di terra (meglio sarebbe di torba e sabbia, ma, in mancanza di quest'ultima, io ho usato la comune terra che si trova in commercio). E' importante che la lamina fogliare sfiori appena la superficie di terra. Non va interrata, quindi, con il picciolo. Dovrebbe così svilupparsi una piantina alla base della foglia dopo un periodo che può andare dalle 2 alle 6 settimane. Non bisogna lasciare la talea al sole diretto, ma bisogna comunque porla in un luogo luminoso e caldo. Nel caso la si voglia mettere all'aperto, oltre a tenerla lontana dal sole diretto, meglio coprire il vaso con una mezza bottiglia di plastica, in modo da creare una piccola serra, dal momento che le temperature sono ancora basse e che si tratta pur sempre di una pianta da interno.
Adesso non mi rimane che attendere pazientemente. Anche se spesso tendo a dimenticarmene, le piante mi ricordano sempre quanto sia importante avere pazienza e dare tempo al tempo. Le piante sono molto più sagge di noi...

martedì 13 novembre 2012

Il gioco delle noci


Pochi giorni fa mi sono imbattutta in questo articolo, che parla di qualcosa di - a mio parere - veramente curioso. Pare che in questo periodo dell'anno in Cina si scateni una vera e propria passione per le noci e per una serie di giochi ad esse legati. I cinesi sembrano allora trascorrere l'autunno tenendo in mano due noci, strofinandole una con l'altra, ma non solo. Il passatempo preferito sono le scommesse sulla bellezza e perfezione delle noci che scaturiscono fuori dal mallo. Il commercio delle noci a scopo alimentare è qualcosa che non permette di campare, mentre quello che riguarda le scommesse ed il collezionismo garantisce un giro di affari strepitosi.
Tutto ciò (di cui si trovano i dettagli nell'articolo sopra menzionato e qui) mi ha enormemente affascinato. La Cina è sempre un'incredibile insieme di tradizioni antiche e di capitalismo moderno e mi colpisce molto il fatto che vi sia ancora questa usanza così antica e che in un Paese che cresce a ritmo così frenetico (e per noi angosciante ed inquietante) vi sia ancora il tempo per qualcosa del genere. Trovo davvero particolare il fatto che (come viene sottolineato nel secondo articolo citato) le noci siano uno status symbol per i nuovi ricchi cinesi insieme ai beni di lusso tipicamente occidentali. Le noci sembrano incarnare perfettamente le contraddizioni di questo Paese.
L'azzardo ed il commercio sulle noci è qualcosa di più di una scommessa o del semplice collezionismo. Servono (come dice anche l'autore dell'articolo) tatto, immaginazione, attenzione, intuizione, così come, per i produttori, una sapiente capacità di creare innesti, modellare i malli, selezionare esemplari.
In particolare trovo molto bella la chiusura dell'articolo:
"I cinesi stringono sempre due noci nell'incavo di una mano. Le fanno ruotare, le premono l'una contro l'altra per affinarle, ascoltano la loro voce. Sono convinti che sia un'attività salutare per le articolazioni, contro la vecchiaia di ossa e cartilagini, e che dia una seria ripulita ai pensieri. Le belle noci passano di padre in figlio, raccontano la storia della famiglia e toccarle significa dare la mano a chi è andato via. Nei negozi di antiquariato si trovano frutti di valore, invecchiati in mani famose. Toccarle è un gioco che aiuta a non limitarsi alle piccole cose, come il volo di un aquilone perduto in fondo al cielo."
Pensavo a queste collezioni di noci che passano di padre in figlio come un tesoro prezioso, ad un uomo seduto sulla soglia che scruta il cielo facendo ruotare le noci tra le mani, ascoltandone il suono morbido e secco al tempo stesso. Ho provato a tenerne in mano due, a farne per qualche attimo il mio "antistress" e mi sono resa conto che in effetti è rilassante ed ispira immagini, storie, pensieri.
Se poi, come dice la medicina trazionale cinese, il gioco delle noci aiuta a rendere più fluida la circolazione sanguigna, a purificare l'organismo e a trattenere alcune caratteristiche (penso negative) del proprietario, allora il tutto assume una valenza terapeutica da non sottovalutare.
Fino ad oggi conoscevo soltanto il sapore particolarissimo del nocino, un liquore fatto con le noci (da cogliere rigorosamente la notte delle streghe, ovvero tra il 23 ed il 24 giugno), di cui ho ricevuto varie volte in dono qualche bottiglia da un amico che lo autoproduce in maniera eccellente.
Mario Rigoni Stern, in "Arboreto selvatico", ricorda una canzone popolare che si cantava in guerra e che diceva:
"Ti ricordi quelle sere
sotto l'albero di noce
mi dicevi a bassa voce ..."
Gli innamorati pare andassero sotto il noce a sussurrarsi parole d'amore, perchè nel passato le noci erano di buon augurio per le nozze (oltre che afrodisiache) e venivano lanciate agli sposi, invece dell'ormai imperante riso.
Per approfondire un po' miti e leggende sul noce (come su molti altri alberi e piante in generale), vado spesso a consultare un libro che amo molto: "Florario" di Alfredo Cattabiani (una vera miniera di notizie, come pure gli altri suoi libri simili, ma riguardanti altri temi). Qui riscopro il legame del noce con le divinità femminili greche e romane, da cui discende il collegamento con le streghe (vedi sopra rispetto al momento più adatto per cogliere le noci per il nocino). Nella notte di San Giovanni le streghe, secondo la leggenda, volavano nei cieli per raggiungere il noce di Benevento, sotto cui aveva luogo il sabba ed in generale, un po' in tutta Italia, il noce era considerato l'albero ideale per il sabba. Da ciò è discesa poi la credenza popolare che facesse male dormire sotto un noce.
Le credenze su questo albero sono ambivalenti. Simbolo di morte e di abbondanza al tempo stesso, è legato a qualcosa di magico ed ultraterreno, al punto che nelle favole (vedi fratelli Grimm) le noci sono legate a tesori od oggetti particolari, magari dotati di poteri.
Numerosi sono poi i giochi che, nell'antichità ed in un passato più recente, i bambini facevano proprio con le noci, tanto che ne è nato un modo di dire, "Giocare con le noci", proprio per intendere il gingillarsi.
Ho scoperto infine che vi sono numerosi proverbi ispirati a questi frutti. E le curiosità sono ancora tantissime sull'argomento.
Chiudo questo lungo post sperando che le mie due noci possano allontanare un po' dei pensieri e delle ansie di questi giorni. Come il cinese nell'immagine nata nella mia mente, forse devo anch'io trovare il tempo di mettermi seduta a guardare il cielo rigirandole tra le mani.

giovedì 20 settembre 2012

Fiore d'oro

Lunedì, purtroppo, ho avuto una terribile notizia a proposito di una persona che conosco, ma che non vedo più da tanti anni. In questi giorni non ho fatto altro che pensarci e ripensarci. Mi sono tornati alla mente tanti momenti del passato. Non ho mai avuto un gran rapporto di amicizia con questa persona, ma oggi, il sapere della sua sofferenza, mi è arrivato addosso come una doccia fredda, freddissima e mi ha fatto stare molto male. Mi sono sorpresa a pensare a lei nominandola nella mia mente con il suo nome abbreviato, come facevo un tempo, quando la frequentavo, come se d'improvviso la distanza si fosse colmata e mi fossi ritrovata indietro nel tempo. Non voglio parlarne oltre, per rispetto e perchè in questi casi non esistono parole. Oggi, però, mentre ci pensavo su, mi sono ricordata di una leggenda cinese che avevo sentito raccontare dalla mia maestra delle elementari a proposito della nascita del crisantemo. Secondo questa storia, una bambina vegliava in lacrime la madre che stava morendo, tanto che uno spirito si commosse e le donò un fiore, dicendole di darlo alla Morte, che avrebbe dovuto concedere alla madre tanti giorni quanti erano i suoi petali. La bambina allora divise in tantissime striscioline sottili ogni petalo del fiore, così, quando giunse la Morte, concesse alla madre ancora moltissimi giorni da vivere con la sua bambina. Era nato il crisantemo, fiore originario della Cina (poi diffusosi anche in Giappone), il cui nome significa "fiore d'oro" e che simboleggia, a dispetto di quello che siamo abituati a credere noi, vita e gioia.
Oggi, se potessi, farei come la bambina della leggenda.
PS: la foto non è mia e mi scuso con la fonte, ma ho cercato un'immagine in cui il fiore avesse più petali possibile.

giovedì 13 settembre 2012

Riti di orto e vendemmia


Ieri mattina, come sempre, mi sono alzata poco dopo le 6. Dopo aver espletato tutte le attività che la dieta che seguo da due settimane mi impone( ebbene sì, finalmente mi sono messa a dieta per perdere i chili rimasti dopo la gravidanza e che sembrano non avere molta intenzione di andarsene e mi sono affidata all'omeopata e dietologa di un'amica che mi ha dato un programma da seguire che include anche un po' di ginnastica mattutina), mi sono fermata un attimo a guardare fuori. La campagna era immersa nella nebbia e sembrava una mattina di inizio autunno. Io ho un gigantesco debole per l'autunno. Sono uscita cercando di fare pianissimo per non svegliare mia figlia che dormiva di sopra e ho scrutato il mio orto. Ecco, pareva un orto di guerra in uno stato davvero pietoso. Ho deciso di non procrastinare oltre e di mettere mano agli attrezzi del caso, raccogliendo cipolle, eliminando le piante di pomodori e zucchine che ormai si sono esaurite (lo faccio sempre con un certo dolore, lo ammetto, perchè non mi piace recidere le piante e spesso capita che aspetti che si secchino naturalmente, finendo per non essere pronta per le coltivazioni successive).
E' bellissimo lavorare in giardino all'alba, nel silenzio, ed in particolare nell'orto. L'orto ed io abbiamo un lungo e viscerale legame, che mi riporta all'infanzia, a quando con mio nonno trascorrerevo ore infinite e luminose nel suo orto. Nella mia mente quindi l'orto è un luogo un po' magico, dove la vita nasce, muore, si rigenera all'infinito in maniera misteriosa. Un luogo cui sono legatissima da un filo invisibile che mi lega al passato.
Nel mio orto-giardino abbiamo anche piantato due viti di uva fragola a spalliera contro i muri. Forse era un po' presto, ma, assaggiandola, risultava matura e vari chicchi in alcuni grappoli cadevano da sé, segno dell'avvenuta maturazione. Così ho deciso di vendemmiarla e di lasciarne solo qualche grappolo ancora.
Ecco allora che alla mente si è riaffacciato un altro momento del mio passato: la vendemmia. Durante i primi anni di università, una mia amica mi suggerì di partecipare alla vendemmia, per fare qualche soldo. Seguii il suo consiglio e mi aggregai ad una signora ed alle sue figlie, che abitavano nel mio palazzo e che conoscevo fin da bambina, che andavano a vendemmiare per una tenuta agricola vicina a dove abitavo. E' stata una esperienza così intensa e significativa per me ed ancora la ricordo vividamente.
Rammento l'immensa fatica fisica, perchè i filari erano tutti disposti sulle colline (si parla delle colline del Piemonte, in provincia di Alessandria), il fresco pungente dell'alba, mentre vallate e colline erano immerse in un'aria fumosa di nebbia e luce, il profumo della terra bagnata dalla rugiada del mattino e quello dell'uva matura che si staccava sotto la lama delle cesoie, i ragni e le loro meravigliose ragnatele intrise anch'esse di rugiada, le pause in cui si pranzava, seduti per terra, guardando gli immensi platani frondosi vicino alla tenuta, le canzoni e le risate mentre si vendemmiava, il sonno pesante che scendeva la sera annullando la mia vita e facendola sprofondare in un buio senza sogni, rigenerante.
In quei momenti ho pensato molto ai miei nonni, che erano nati contadini, alla fatica terrosa che aveva caratterizzato la loro giovinezza, prima di emigrare dall'Emilia in Svizzera e ricordo di aver provato la sensazione di un ritorno alle radici, alle mie radici vere, che sono nella terra, nei campi, nei boschi.
Non sono mai stata una bevitrice, fino a qualche anno fa ero pure totalmente astemia, tanto che alla fine della vendemmia ci offrirono da bere del vino ed io ricordo che lo assaggiai appena. Da qualche anno ho iniziato ad assaggiare. Gusti che mutano e che sperimentano nuovi sapori. Continuo a non essere un'amante appassionata del vino, ma lo sento così carico di qualcosa di antico, atavico, che mi affascina.
Qualche anno fa, sempre nel mio solito mercatino dell'usato, mi imbattei in un libro molto bello, che comprai subito per pochi euro: "Della vite e del vino - Il Succo dell'immortalità nelle lettere e nei colori" (a cura di Oddone Longo e Paolo Scarpi, Claudio Gallone Editore, 1999), che è davvero una meraviglia per gli occhi grazie alle riproduzioni di quegli affascinanti dipinti del passato dove compaiono infinite varietà di uva e di frutti, spesso ormai perduti a causa della globalizzazione che ha, tra le tante cose, di cui alcune indubbiamente positive ed altre decisamente meno, portato ad un appiattimento dei nostri gusti e delle forme che ci piace ritrovare sulla tavola quando mangiamo frutta e verdura. Tema, quello delle varietà perdute, che mi ha sempre molto intrigato e che avrebbe voluto essere il mio argomento per la tesi del master sui parchi e giardini e che, purtroppo, per i soliti motivi accademici, ho dovuto abbandonare.
Mentre la piccola dorme, mi perdo dietro questi grappoli dipinti, gustandone il sapore con gli occhi.

lunedì 13 febbraio 2012

Aforismi sulla radice degli ortaggi I

Dal momento che questa mattina la bambina dorme ancora ed io sono riuscita a fare colazione in pace leggendo Anna Karenina, ho avuto anche modo di riprendere in mano un libretto, "Aforismi sulla radice degli ortaggi" di Hong Zicheng (SE), un testo cinese del XVII secolo in cui si intrecciano taoismo, buddismo e confucianesimo, che comprai da Remainders anni fa, attirata dal titolo, dal fatto che fosse un libro cinese anche di matrice taoista e dalla copertina, che riporta un ventaglio dipinto con fiori e farfalla (ho avuto fortuna di studiare l'arte cinese e mi è piaciuta incredibilmente).
Il testo è accompagnato da un'ottima postfazione di Martine Vallette-Hémery, in cui sono illustrati il contesto storico in cui è nata l'opera (alla fine della dinastia Ming), le correnti di pensiero che ne costituiscono il fondamento, come pure le varie interpretazioni che sono state date al curioso titolo. Solitamente preferisco leggere questo tipo di libri assaporandone le parole, lasciandole decantare in qualche angolo della mia mente e poi lasciare che i pensieri fluiscano da soli. Al tempo stesso, però, mi piacciono le introduzioni e le postfazioni, perchè mi aprono una finestra sull'intimità dell'autore (in questo caso è un po' più difficile trattandosi di un'opera del XVII secolo, del cui autore non si hanno molte notizie). In questo caso forse la lettura della postfazione può intaccare la suggestione e la riflessione che l'opera suscita, proprio perchè la colloca in un tempo ed in una riflessione filosifica ed artistica precisa, oppure può arricchirla, a seconda dei punti di vista.
In ogni caso il titolo di questo libro mi affascina. La radice degli ortaggi. Qualcosa di nascosto, ma che è l'essenza di tutto. Dalla radice, che non si vede, che affonda nella terra al buio, la vita trae parte importante della sua essenza. Ortaggi. Qualcosa di semplice, cui poco forse badiamo, che diamo per scontato, che non fanno parte solitamente dei giardini (anche se c'è una tradizione di orti-giardini che ha radici storiche antiche - ho avuto anche la fortuna di studiare approfonditamente l'arte dei giardini), ma di cui tutti ci nutriamo. Preziosi ed in realtà bellissimi.
Detto questo, visto che mentre io faccio la riflessiva, la bambina si è svegliata, ha fatto colazione e adesso mi reclama, riporto per il momento soltanto uno degli aforismi, quello che si è intonato a questa mattina.
"Quando udiamo, vicino a una siepe di bambù, un cane abbaiare o un gallo cantare, ci sentiamo trasportati in un mondo libero come le nubi.
Quando ascoltiamo, circondati dai nostri libri, le cicale frinire e il corvo gracchiare, accediamo nel seno della quiete a un nuovo mondo."
(Ho la macchina fotografica momentaneamente fuori uso perchè la memory è piena, altrimenti avrei messo foto delle radici di qualche pianta dell'orto, anche se in questo periodo l'abbiamo un po' abbandonato a se stesso causa mancanza tempo...)