
Giorni fa avevo scritto
questo post, in cui anticipavo fugacemente alcune impressioni su un libro che stavo leggendo, ovvero "
I migliori anni della nostra vita" di Ernesto Ferrero. Ho finito il giorno dopo il libro in questione, ma non sono riuscita subito a scriverne ed oggi fatico a mettere in forma scritta le mie idee in proposito, perchè, una volta chiuso, si ha l'impressione di aver richiuso anche la porta dalla quale si aveva scrutato fino a quel momento i personaggi e si ha paura, riaprendola, di arrecare disturbo, portare distrazione, quasi fosse meglio ripassare in un altro momento.

In questo libro si entra nella storia della casa editrice Einaudi o, meglio, si entra proprio nella casa editrice, sembra di farne parte. Pare di entrare nelle stanze di Via Biancamano (la sede storica di Torino), di affacciarsi un attimo nella stanza di Pavese con la sua aria sofferente, o in quella di Calvino, perduto dietro un mare di carte in atteggiamento silenzioso e meditabondo, o ancora in quella di Einaudi stesso, mentre Elsa Morante parla con lui di "
Menzogna e sortilegio".
Mi sono goduta ogni pagina ed alla fine ho pensato che era troppo breve, che mi sarebbe piaciuto leggerne ancora qualche pagina, perchè fa impressione vedersi davanti tutti quei mostri sacri nella loro quotidianità, nelle loro fragilità, nella loro completa e totale umanità, di cui spesso ci si dimentica proprio per la loro grandezza.

Ferrero, responsabile dell'ufficio stampa della Einaudi dal 1963, ci racconta allora la storia della casa editrice e dei suoi protagonisti direttamente dall'interno, dal cuore e dalle viscere delle cose, mettendone in risalto luci ed ombre, conflitti e pacificazioni, la morale e la condotta, le personalità, i rituali, l'ascesa e la caduta, riportandone in vita i protagonisti come forse mai li abbiamo visti.
Ho sempre avuto un debole per le biografie degli autori e mi piace indugiare a leggerle e rileggerle prima o dopo l'inizio di un libro, perchè è lì che vi si può trovare il nodo per dipanare la matassa di quello che si legge ed è lì che li si riesce a sentire profondamente vicini, trovando rispondenze e assonanze.

Su tutti emergela figura di Giulio Einaudi, principe della casa editrice, algido e minimalista come le copertine dei suoi libri, ma al tempo stesso eccentrico ed apparentemente volubile, animato nel suo operare da una volontà morale di contribuire a creare l'anima degli italiani. Come gli scrisse una volta il padre Luigi: "
Tu sei stato qualcuno e lo sarai di nuovo; sarai, non so se il più grande economicamente, che non conta nulla, il capo spirituale nel tuo ramo, se continuerai a tenerti fermo al principio che ti ha tratto in alto dal gregge: cercare dappertutto la parola di verità, la parola di chi scrive come pensa, anche se quella parola è diversa e opposta a quella di chi comanda, anche se è diversa dalla tua. Sii sempre quel che fosti in passato." Ed è quel che emerge da questo libro. Una moralità che accomuna tutti coloro che lavorarono nella casa editrice durante gli anni d'oro, con diverse sfaccettature, tante quante erano i volti che la animavano, e che li aveva resi una sorta di comunità spirituale, quasi di confraternita di frati, semplice ma raffinatissima al tempo stesso.


Giulio Bollati era l'altra anima della casa editrice, l'altro volto di Giano, colui che ribadiva più volte che il compito della casa editrice era di contribuire alla formazione della classe dirigente del Paese, colui che l'aveva resa, come dice Ferrero, "
Un pubblico servizio gestito come un maniero dei Relais & Chateaux". Sperava in una classe dirigente che fosse modello di vita e di democrazia, ma anche di gusto, attenta alla cultura ed all'educazione.
In tutto questo alone di serietà non mancano però gli episodi buffi o divertenti, umanissimi, per esempio quello che ruota intorno all'incontro tra un profumatissimo tartufo di Alba e Kruscev o ancora i ritiri "spirituali" in montagna, a metà tra vacanza e lavoro, dell'intero gruppo.

Oltre a Einaudi e Bollati, sfilano poi tutti gli altri protagonisti di quelle stanze. Primo fra tutti Calvino, di cui Borges (cieco) disse: "
L'ho riconosciuto dal silenzio", vestito dimessamente, una presenza solo in apparenza di basso profilo, ma pregnantissima, maestro assoluto dei risvolti di copertina, lavoratore instancabile, umanissimo nel rispondere con infinita pazienza alle migliaia di lettere degli aspiranti scrittori, offrendo consigli, spiegando cosa andava e cosa no. Poi Pavese, che, come dice Ferrero, "
restava qualcuno che sapeva dar voce agli stati d'animo dei miei vent'anni", con "
il senso di rivelazione imminente che aleggia sui suoi scenari di città e di collina, la ricerca di sé che si sfoga in lunghe passeggiate notturne, silenzi, chiacchiere inconcludenti con amici stonati...".
E ancora Vittorini, Munari, Leone e Natalia Ginzburg, Norberto Bobbio, Primo Levi, Gadda, Dacia Maraini, Lalla Romano, Fenoglio, Sciascia, Elsa Morante, Mario Rigoni Stern, Montale, Pasolini e ancora tanti tanti altri. Ci sarebbe troppo da dire su ciascuno e penso sia meglio lasciare ad una lettura personale la scoperta di quanto si dice di ciascuno di loro.

Come un filo che collega molti di essi, l'impegno civile, la Resistenza, gli ideali morali, politici e culturali.
Inutile dire che il libro mi è piaciuto e che, a mio parere, ne è valsa la pena leggerlo, sia perchè racconta di una parte importantissima della nostra cultura, sia perchè è stato bellissimo poter accorstarmi così da vicino agli autori che più ho amato nell'adolescenza (e che continuo ad amare) ed osservare la genesi delle loro opere.
Sono tante le frasi che ho sottolineato per i più svariati motivi. Chiudo con due di esse.
"
Cerchiamo ... di stabilire un contatto, sia pure dialettico, tra i ragazzi e il mondo che li ha preceduti: perchè se non conoscono la vita, l'infanzia e il mondo dei padri e dei nonni, non capiranno neanche la loro infanzia, il loro mondo." (Daniele Ponchiroli)
"
Il libro è lo strumendo della redenzione degli italiani, della loro crescita civile."
Con questo post partecipo al
Venerdì del Libro.